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Sumatra – Informazioni pratiche

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BERASTAGI
DA FARE:
Escursione sul Gunug Sibayak, il vulcano fumante. Circa tre ore a salire, due a scendere. Non serve una guida, ma è meglio farsi spiegare accuratamente la strada e munirsi di cartina per non sperdersi. Al ritorno si può sostare alle terme naturali alle pendici del vulcano. E’ un luogo molto frequentato da famiglie e locals, perciò il bikini non è apprezzato, meglio fare il bagno direttamente con la maglietta e i pantaloncini usati per il trekking, almeno si risparmia sul bucato.
DORMIRE:
Wisma Sibayak – 50.000 Rp bungalow senza bagno – graziosa guesthouse a gestione familiare, con giardino interno, zona relax e un discreto ristorante. I bungalow sono basici, ma puliti. Offre anche camere più confortevoli a prezzi più alti. Il personale e’ super accogliente e molto disponibile.

KETAMBE
DA FARE:
trekking da uno a più giorni nella giungla in cerca di oranghi ed altre scimmie. I prezzi sono ovunque gli stessi se si passa tramite guesthouse, la cifra si aggira sui 700.000 a notte, a persona, guida e pasti inclusi. Se si vuole risparmiare qualcosa e’ meglio contattare direttamente una guida, almeno si evita di pagare la commissione alla guesthouse. La nostra si chiamava Samsul, ecco il suo numero telefonico 0852.6258.4538.
DOMIRE:
Friendship Guesthouse – 50.000 bungalow con bagno – bungalow spartani con terrazza vista fiume. Presto si aggiungeranno altre stanze in muratura, poiché la struttura e’ in via di rinnovo. Il ristorante e’ buono, anche se le frequentazioni serali abbastanza curiose.

TAKENGON
DA FARE:
Il lago e’ minuscoli in confronto al Toba Lake, ma il paesaggio e’ comunque incantevole e in compenso non ci sono turisti in circolazione. Tutto il giro in motorino richiede una mezza giornata. Il centro informazioni turistiche, lungo il pontile principale, e’ un buon posto cui rivolgersi per qualsiasi necessità.
DORMIRE:
Mahara Hotel – 225.000 Rp camera doppia con bagno e AC + colazione a buffet – non lontano dalla stazione degli autobus, dispone di numerose camere che si affacciano su un bel patio interno con vasca per i pesci. Le stanze sono buone e molto pulite, offrono una discreta connessione a internet e una ricca colazione stile local.

BANDA ACEH
DA FARE:
il tour dello tsunami richiede una mezza giornata scarsa. Include la visita del museo e delle diverse imbarcazioni arenatesi in piena città. Le immagini sono forti e le testimonianze dei sopravvissuti toccanti. Anche la moschea merita una breve visita, solo dall’esterno perché agli infedeli e’ vietato l’ingresso, ma la struttura e’ molto bella anche solo da fotografare, oltre che la più grande di tutta l’Indonesia.
DORMIRE:
Hotel Prapat – 100.000 Rp camera doppia con bagno – la struttura sembra una vecchia scuola, ma e’ probabilmente la sistemazione più economica in pieno centro cittadino. Dispone di moltissime camere con balconata, dall’arredamento essenziale, ma con buoni materassi ed estremamente pulite. Fuori dal l’albergo ogni sera si trova un ricco mercato notturno dove soddisfare qualsiasi voglia alimentare.

PULAU WEH – IBOIH
DA FARE:
l’isola e’ grande, ma i principali siti di snorkeling e diving si trovano ad Iboih Beach, le spiagge più belle sono invece lungo la costa orientale dell’isola. Evitiamo il più famoso Rubiah Tirta Divers, che a giudicare da un breve colloquio non ci pare meritare la fama che lo rende il centro più superaffollato dell’isola. Ci rivolgiamo alla Scuba Weh per iscriverci al nostro primo corso di sub e la scelta si rivela azzeccata. Il centro e’ piccolo e di nuova apertura, il proprietario Mus e’ molto cortese ed attento ai dettagli.
DORMIRE:
Yulia’s Bungalows – 70.000 Rp bungalow senza bagno – bungalow nuovissimi a picco sull’acqua immersi in un giardino curato. Pontile con sdraio, amache e rilassante terrazza ristorante rendono questo posto un vero paradiso.

TAPAKTUAN
DA FARE:
Niente, per noi solo una tappa per raggiungere le Pulau Banyak.
DORMIRE:
Catherine Hotel – 150.000 Rp camera doppia con AC + colazione inclusa – la struttura e’ nuova, le camere economiche sono piccolissime, ma pulite. La colazione e’ pagata, ma noi ce la perdiamo.

SINGKIL
DA FARE:
Base di partenza dei battelli giornalieri che raggiungono il villaggio di Balai, centro principale sulle isola Banyak. Da li si deve noleggiare una barca privata per raggiungere la piccola isola di Palambak.
DORMIRE:
Melly’s Homestay – 30.000 Rp camera doppia senza bagno e senza finestra – la camera più economica di tutto il viaggio, ma per la cifra non ci si può davvero lamentare. La famiglia che la gestisce e’ molto simpatica e gentile, ed ha anche un piccolo ristorante.

PULAU BANYAK – PALAMBAK
DA FARE:
Cosa fare su un’isola deserta con spiagge bianchissime e acqua cristallina?
DORMIRE:
MB Camp Palambak – 200.000 Rp a persona in bungalow senza bagno + pensione completa – quattro bungalow in tutto per l’unica accomodation di tutta l’isola. Le stanze sono basiche, ma i letti e la biancheria nuove di zecca. Si mangia tutti assieme nella terrazza ristorante, il menù offre ogni giorno abbondanti verdure e pesce fresco, accompagnato dall’immancabile riso bianco. L’elettricità e’ disponibile dalle sei alle dieci. A parte le zanzare il posto e’ un vero paradiso.

DANAU TOBA – TUK TUK
DA FARE:
kayak e bagni nel lago, escursioni in motorino in visita ai villaggi Batak, trekking sulle montagne nell’interno di Samosir, o più semplicemente niente, assolutamente niente, tranne godersi il panorama.
DORMIRE:
MAS Cottages – 80.000 Rp camera con veranda vista lago ed acqua calda – appena fuori dal villaggio di Tuk Tuk, la guesthouse offre viste spettacolari, un buon ristorante, personale gentile e bungalow con diversi prezzi a seconda delle finiture. La nostra camera e’ in assoluto tra le migliori di tutto il viaggio, l’ambiente tranquillo e rilassato.

BUKIT LAWANG
DA FARE:
l’escursione in cerca di organghi e’ un must del soggiorno, sia nella forma più avventurosa di trekking nella jungla che nella più pratica visita del centro protezione dove gli oranghi vengono nutriti due volte al giorno. I locali sembrano apprezzare anche molto il tubing lungo il fiume, soprattutto nei fine settimana quando il villaggio e’ letteralmente preso d’assalto da una folla di turisti.
DORMIRE:
Yunia Guesthouse – 60.000 Rp camera doppia con bagno – le guesthouse vanta un’invidiabile posizione lungo il fiume, con rilassanti pagode di lettura e davvero un ottimo ristorante. Il personale e’ allegro, simpatico e molto disponibile. Le camere sono semplici ma ben rifinite. Davvero un ottimo posto.

NOTE:
Cambio giugno 2013 – Indonesia: 1 euro = 13.000 Rp circa.

Jungle trek, jungle trek, in Bukit Lawang…

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Giorno 287.

Il bello di un viaggio dis-organizzato e’ che se perdi un volo puoi sempre aspettare quello dopo. Così quando ci presentiamo belli freschi il venerdì sera all’aeroporto di Medan in cerca di un passaggio per Jakarta senza uno straccio di prenotazione e scopriamo che gli unici posti acquistabili ad un prezzo decente non sono disponibili prima di lunedì sera, decidiamo su due piedi di fuggire dal caos della città e trascorre tre giorni nella natura (quasi) incontaminata di Bukit Lawang. Il suo nome vuol dire “porta verso le colline” ed in effetti il villaggio più amato dalle scimmie sorge sul limitare della giungla tra terreni ripidi e pendii scivolosi. Ospita un centro di recupero e reinserimento in natura di orangutan. Questo, in aggiunta alla vicinanza con Medan, lo rende uno dei luoghi più famosi in Indonesia per l’avvistamento dei primati che, una volta rilasciati nella foresta, restano nei dintorni del centro, dove vengono nutriti due volte al giorno a beneficio loro e dei turisti che pagano il biglietto. Se si e’ in cerca di un’esperienza più autentica si può anche organizzare un trekking “in the Jungle”, dove gli animali vivono in uno stato semiselvaggio: sono inseriti nel loro ambiente naturale, e non in uno zoo, ma sono abituati alla presenza dell’uomo e non scappano alla vista del lontano cugino.

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L’unico problema, come al solito, e’ la massiccia presenza di turisti che sognano di tornare bambini e credono di trovarsi in un documentario di SuperQuark. Ogni giorno il sentiero di un paio di chilometri che conduce all’ingresso del parco e’ affollato da un via vai di escursionisti determinati, armati di teleobiettivi e pronti alla caccia, che fanno quasi sorridere, dato che gli avvistamenti sono di una certezza praticamente matematica. Non è raro incappare in numerose comitive, soprattutto di locali, decise a vedere gli animali, ma nient’affatto desiderose di vivere la giungla. Una volta saziati dalla vista degli oranghi, passano le giornate scorrazzando sul fiume dentro grosse camere d’aria, dilettandosi nella pratica di quello che in inglese e’ chiamato tubing, però condito con un chiasso infernale. E la presenza di un numero spropositato di guide più o meno ufficiali, e più o meno insistenti, la dice lunga su quello che è il principale business del posto. Insomma un’esperienza molto diversa da quella che noi abbiamo già fatto a Ketambe…

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E per fortuna, perché questo non mi costringe a partecipare all’ennesimo trekking nel fango della giungla, in preda alle sanguisughe, mentre nelle stesso momento un altro centinaio di persone si trova a scorrazzare sugli stessi sentieri nella stessa zona del parco. Insomma non è esattamente un party per pochi intimi e Fede non desidera partecipare, complice anche un brutto raffreddore che lo mette ko per due giorni. Così cerchiamo di estraniarci dal ciclone turistico che gravita intorno alla visita degli oranghi. Passiamo le giornate lungo il fiume leggendo all’ombra di un pergolato, Fede starnutisce, mentre io mi faccio qualche bagno evitando il traffico di novizi della pagaia che scivolano come relitti umani alla deriva.

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Ma il soggiorno vale comunque la pena. La foresta è bella, il paese è pervaso da un’atmosfera festaiola e i locali sono allegri e gentili. Il business degli oranghi ha portato lavoro e benessere nel villaggio. Pare inoltre che le donne occidentali impazziscano per questi Mowgli in carne ed ossa, dai capelli lunghi, il fisico asciutto e la pelle scura. E questo accresce in qualche modo il buonumore generale. Una canzone rimbomba nell’aria a ciclo continuo, come un disco rotto. E’ la colonna sonora del villaggio, praticamente la versione casalinga di uno spot pubblicitario, sulle note di “Jingle Bells”:
Jungle trek, jungle trek, in Bukit Lawang.
See the monkeys, see the birds, see orangutan.
Eh! Eh!
Jungle trek, jungle trek, in Bukit Lawang.
See the monkeys, see the Mina, everybody run….
Dove Mina, che è anche il soprannome di mia nonna, e’ un feroce esemplare di orango che se ne frega della buona educazione e del rispetto che dovrebbe dimostrare verso i turisti curiosi che sponsorizzano i suoi spuntini, e che più di una volta ha deciso di attaccare e mettere in funga interi gruppi di escursionisti…

Dolce vita al Toba Lake

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Giorno 283.

Quando ci affacciamo dall’alto mi sembra talmente grande che per un attimo penso di trovarmi di fonte al mare aperto. Il paesaggio si apre verde e rilassante, in un susseguirsi di montagne ripide che si tuffano nell’acqua chiara, di un bel color smeraldo. In realtà quella che scorgo di fronte a me non è affatto l’altra sponda, ma la riva di Samosir, la gigantesca isola che occupa il centro del cratere. E’ ciò che resta della vetta di una montagna alta più di mille metri, collassata su se stessa e oggi parzialmente sepolta nelle acque placide del lago. Osservo la meraviglia della natura cui ci si riferisce quando si parla del Danau Toba, un’immane a caldera, la più vasta del mondo nel suo genere, dove l’acqua dolce si è posata abbondante, fino a formare il più grande lago di tutto il Sud-Est asiatico. Un vero e proprio gioiello naturale, a mille metri sul livello del mare ed a una manciata di chilometri a Nord dell’Equatore.

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Tale meraviglia non nasce per caso. Se ogni pianta qui è in fiore tutto l’anno la ragione è da ricercare nella ricchezza della terra e nella combinazione di elementi che ha partecipato alla sua formazione. Le rive rigogliose del lago sono in realtà le sponde di un supervulcano addormentato, esploso oltre 70.000 anni fa. L’eruzione del Toba è stata classificata come una delle più catastrofiche della storia “recente” della terra, i cui effetti furono tali da sconvolgere il pianeta, trascinandolo in una sorta di micro-glaciazione. Dal cratere furono espulsi oltre mille chilometri cubici di ceneri e rocce, una quantità sufficiente a seppellire un’area pari a quella di un continente con uno strato dello spessore di diversi metri. La temperatura terrestre crollo’ di diversi gradi, mentre la nube di cenere e gas scatenò una notte perenne che durò anni. Questi sconvolgimenti climatici provocarono la morte di gran parte della flora e della fauna del pianeta. E anche per l’uomo le cose non andarono affatto bene. Si stima che, a causa del freddo e della scomparsa di risorse alimentari, riuscirono a sopravvivere solo poche migliaia di individui, spingendo la specie umana sulla soglia dell’estinzione. E’ quello che in gergo scientifico si chiama un collo di bottiglia evolutivo. Se siamo ciò che siamo, insomma, e’ anche grazie al vulcano Toba.

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La pace e la tranquillità regnano incontrastate in questo luogo incantato, tanto che oggi riesce difficile immaginare di trovarsi in quello che doveva sembrare più o meno il centro dell’inferno. Ma il Danau Toba non e’ stato solo questo. Culla della civiltà Batak, l’area ospita ancora numerosi villaggi tradizionali di questo antico popolo, oggi minoranza etnica, un tempo liberamente dedito al cannibalismo. Quando arrivarono gli olandesi convertirono le masse al cristianesimo, soppiantarono le antiche e sgradevoli abitudini culinarie, spingendo i Batak verso nuove tradizioni, meno rischiose e più digeribili. Pare infatti che l’affascinante architettura delle abitazioni tradizionali, celebre per i tetti a forma di chiglia rovesciata, tragga ispirazione dalle navi dei coloni. Le case sono costruite a incastro, interamente in legno, e rifinite con elaborati disegni tribali. I villaggi sembrano più che altro quartieri, dove una decina di abitazioni si fronteggiano su file parallele. Al centro si trova una specie di grande cortile in terra battuta, scenario delle piccole grandi attività della vita quotidiana, area di parcheggio per enormi SUV o antenne satellitari decisamente fuori tema, parco giochi per frotte di bambini che scorrazzano privi di qualsiasi tipo di sorveglianza. Anche le chiese e le tombe non sfuggono a questo ardito stile architettonico. Oggi la cultura Batak è uno strano e interessante mix fra antiche credenze animiste, marionette travestite con copricapi batik e chiese missionarie. Ovviamente le loro abitudini culinarie sono cambiate, finché arrivarono i turisti e con essi il nuovo grande business dei funghi allucinogeni. No grazie, non voglio provare, ma come te lo devo dire?

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Lungo le rive di Tuk Tuk, il centro turistico di Samosir, si trova un fitto insieme di strutture alberghiere di ogni livello, ben amalgamate con la natura circostante, sempre in tema con l’architetture tradizionale, quasi completamente vuote. Il villaggio e’ la scenografia surreale di una cittadina fantasma che ha vissuto un percorso turistico completamente opposto rispetto a quello di altre località del Sud Est Asiatico, diventate infrequentabili a causa dell’invasione di turisti. Il boom scoppiò qui molti anni fa, quando le rive del Toba erano una delle top ten fra gli hippies anni 70 e successivamente location ideale per party festaioli negli anni 80/90, ma ad un certo punto qualcosa e’ cambiato (la guerra, il terrorismo, lo tsunami…), i viaggiatori hanno iniziato a preferire altre mete e gli alberghi si sono svuotati, lentamente. Oggi l’atmosfera e’ così piacevole e rilassante che i pochi visitatori cadono in un sonno profondo e molti di loro, partiti con l’intenzione di fermarsi solo qualche giorno, finiscono per soggiornare sul lago intere settimane.

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Anche noi rimaniamo vittime del torpore ozioso, che si consuma tra una nuotatina e un guacamole. Non andiamo al museo, allo spettacolo di marionette, alle sorgenti solforose, però visitiamo la fabbrica di tofu, come incidente di percorso nel nostro programma di “non fare”. A stento troviamo la forza di noleggiare un motorino per circumnavigare l’isola e fare qualche sporadico tuffo nel lago usando una liana come Tarzan, direttamente dal bungalow, neanche la forza di affrontare le scale. Si sta così bene: la gente e’ placida e cordiale, i bufali si rotolano nel fango mattutino, la frutta abbonda, il vento si alza sempre al pomeriggio, alcuni bambini però fanno il dito quando ti vedono passare, ma cosa ci vuoi fare? L’unica cosa che manca al lago Toba è un mostro che lo renda di nuovo famoso, anche se forse è meglio così…

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La notte, l’isola, noi…

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Giorno 278.

Passiamo la notte sotto un furioso acquazzone che sembra voler spazzar via l’intero villaggio. L’acqua si infrange furiosamente sopra le nostre teste, rimbombando sul tetto di lamiera come una mandria di cavalli impazzita. Un boato talmente improvviso e sinistro riesce a destarmi dal sonno, cosa rara visto che dormo sempre come un sasso. Per una volta ringrazio di avere una camera senza finestra e non essere costretta ad assistere alla fine del mondo. Infilo la testa sotto il cuscino e mi preparo al mio destino, chissà domani potrei svegliarmi come Dorothy nel Regno di Oz. Ma all’alba mi ritrovo nella stessa brutta stanza ammuffita della pensione per viaggiatori più economica dell’intera regione e fuori dalla porta il villaggio di Singkil sembra essere ancora al suo posto, in mezzo allo stesso paludoso pantano in cui l’avevo lasciato ieri sera. Perlomeno il peggio e’ passato e la tempesta sembra afflosciarsi come un sogno sbiadito. Ma ora andiamo spediti, stamattina abbiamo una barca da prendere.

Il battello salpa con tre ore sole di ritardo e, come spesso accade nelle nostre lunghe giornate di transumanza, questo e’ solo l’inizio. Per raggiungere le Pulau Banyak affrontiamo un’estenuante traversata di quattro ore sotto un cielo plumbeo, sul solito barcone che stenta a galleggiare, sopravviviamo ad un incontro ravvicinato con uno squalo balena che per poco non ci rovescia pancia all’aria, ci aggiudichiamo un’altra ora di bonus, appollaiati su un peschereccio triposto che a fatica si destreggia tra le onde residue della tempesta notturna ed un vento irresistibile. Quando attracchiamo a Palambak siamo bagnati fradici e, con noi, i nostri i zaini. Ananas (per gli amici) e gli altri due ragazzi del personale ci accolgono sulla spiaggia, con il sorriso grato e genuino di chi di gente ne vede davvero poca. Con orgoglio ci comunicano che complessivamente siamo in sette, su tutta l’isola. Oltre a noi c’è una coppia di svizzeri e, a occhio, direi una mezza dozzina di cani. Nessun villaggio, non c’è un negozio di souvenir, nemmeno un mercato. Il campo e’ costituito da quattro semplici bungalow con balcone, due kayak ed un ristorantino centrale dove si mangia tutti assieme. Ogni giorno una barca di pescatori fa scalo e ci procura pesce e viveri freschi. Alle dieci di sera il generatore si spegne e non c’e più nemmeno la luce. Niente, a parte una cascata di stelle. Mi sento in un quadro di Tiziana Rinaldi.

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Le Pulau Banyak sono una perla di sabbia che sprofonda ai margini dell’Oceano Indiano. Scampate allo tsunami del 2004, non hanno resisto al terremoto dell’anno successivo. Il 28 marzo 2005, la placca indonesiana, che si inabissa con movimento lento ed inesorabile al largo della costa occidentale di Sumatra, ha rubato in un solo giorno trecento vite ed oltre un metro di costa. Un sisma di intensità 8.7 della scala Richter si è scatenato con epicentro proprio nelle isole Banyak e, praticamente, le ha affondate. A distanza di otto anni la paura e’ passata e la vita ripresa, ma ad un occhio attento non sfuggono le profonde cicatrici: spiagge sommerse, palme che sprofondano nell’acqua, atolli allagati da cui spuntano radi ciuffi verdi. Il villaggio galleggiante di Balai beccheggia a pelo d’acqua, mentre molte costruzioni in riva al mare sono finite in rovina.

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Trascorriamo quattro giorni come Robinson Crusoe, pero qui c’e’ il ristorante. Gli svizzeri Michi e Franziska sono una coppia tranquilla e molto riservata. E poi sono svizzeri, sul loro bungalow regna un ordine marziale ed una pulizia degna di una clinica privata. Ogni volta che desiderano entrare, anche solo nel terrazzo, spendono diversi minuti spazzolandosi i piedi con cura ed evidentemente non c’è mai sabbia nelle loro lenzuola. Mentre io, che mi sono sposata dalla parte sbagliata delle Alpi, divido il letto con uno dei figli della tribù dei piedi neri, che non comprende queste minuzie, anzi le trova ridicole e non fa che sghignazzare. Intanto la spiaggia invade lentamente il nostro talamo…

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Il tempo scorre lento e inteso. Inizia qui e per la prima volta, la forte sensazione di innamoramento per quest’isola, selvaggia, dimenticata, che affonda le sue radici dentro acque turchesi. Le giornate sono un susseguirsi di colori accesi su sfondi perfetti, in un silenzio che è il presente. La natura ci regala ogni sera tramonti struggenti. Seduta nel crepuscolo, coi piedi nella sabbia, sento lo sfrigolio del sole nel momento in cui sfiora l’acqua. E in un attimo non c’è più, sparito a occidente. Poi di nuovo la notte si riempie di stelle.

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Tsunami, nove anni dopo

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Giorno 272.

Terremoto, tsunami…quando, il 26 dicembre 2004 l’Asia sudorientale fu devastata dalla più terribile catastrofe naturale dell’ultimo secolo, ricordo che ero a casa dei miei per Santo Stefano. Non si dimenticano facilmente le immagini in TV, lo sgomento e la tristezza. Essere qui ora, sulla barca che ci riporta a Banda Aceh fa uno strano effetto. Sul ponte, mi immagino l’onda mentre mi avvicino alla città appena sveglia. Alta 30 metri, si abbatte sulla costa, portandosi via 70 mila vite nel centro urbano, quasi 200 mila nella sola provincia di Aceh, la più colpita, già devastata da una trentennale guerra civile tra gli indipendentisti del GAM ed il governo indonesiano.

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Oggi la città e’ rinata, ricostruita praticamente ex novo grazie agli aiuti internazionali, all’impegno del governo ed agli sforzi dei sopravvissuti. Gli abitanti affermano con orgoglio che e’ più bella di prima, con la sua moschea scintillante al centro, uno dei pochi edifici sopravvissuti alla forza micidiale dell’acqua, chissà se per intercessione divina… Il paragone con L’Aquila salta subito alla mente, purtropo impietoso per il nostro paese…e meno male che il “terzo mondo” e’ qui…

Alcune cose sono state lasciate a ricordo di quel giorno, come la famosa barca incastrata sul tetto di una casa, grazie alla quale 59 persone hanno avuto salva la vita, novella arca di Noè. Oppure la nave di 4 tonnellate arenatasi in centro città, surreale attrazione turistica.

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La popolazione e’ cordiale, allegra. La vita ha ripreso a scorrere, anche se la ferita sarà difficile di rimarginare. Dopo lo tsunami, la pace e’ tornata ad Aceh, il GAM ha deposto le armi in cambio di un certo grado di autonomia e della possibilità di applicare sul territorio la legge islamica. In occidente la provincia gode di una brutta pubblicità, visto che in teoria qui vige la temuta Sharyat, ma nella pratica non si percepisce alcuna differenza con gli altri luoghi dell’Indonesia, l’atmosfera e’ rilassata e l’accoglienza riservata agli “infedeli” calorosissima. Le coppietta escono a bersi un succo di frutta, mentre gruppi di ragazze e ragazzi chiacchierano allegri all’ombra delle palme o degli alberi di frangipane. L’alcool e’ vietato, ma pensando a quanto ci istupidisce, non e’ detto che sia un male, anzi. I soldati di Allah, tanto temuti da una certa classe politica, anche nostrana, qui non si vedono.

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