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Trekking dell’Annapurna (Parte prima) – Tutto quello che c’è da sapere prima di partire

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Questo articolo, insieme ai tre che seguiranno, vuole essere una breve guida per chi come noi e’ interessato ad intraprendere questo percorso in maniera indipendente. Vista la difficoltà che abbiamo incontrato nel reperire informazioni su internet, soprattutto in italiano, abbiamo deciso di condividere la nostra esperienza, sperando che sia di qualche utilità per altri trekkers. 

In questo primo post abbiamo inserito tutte le informazioni pratiche utili da acquisire prima di partire, seguiranno altri tre articoli in cui riassumeremo brevemente ognuno dei 31 giorni di trekking affrontati, con informazioni dettagliate sul percorso seguito, le tempistiche, le Tea House, i paesaggi ed anche le difficoltà che abbiamo incontrato. In particolare saranno così suddivisi:
– Annapurna Circuit, da Besisahar a Muktinath in 10 giorni: la via per la salita al passo del Thorong La.
– Annapurna Circuit, da Muktinath a Tatopani in 12 giorni: la discesa attraverso la valle del Lower Mustang e Poon Hill.
– Annapurna Sanctuary, da Tadopani a Pokhara in 9 giorni: andata e ritorno per l’Annapurna Base Camp.

IL PERCORSO
L’Annapurna ha tradizionalmente due percorsi.
Il più lungo e’ l’ANNAPURNA CIRCUIT, gira intorno al maestoso complesso dell’Annapurna e regala viste mozzafiato su altri ottomila come il Manaslu ed il Daulagiri. Il circuito, per ragioni logistiche e di acclimatazione, si affronta preferibilmente in senso antiorario, risalendo la valle che parte da Besisahar e, attraverso il passo del Torongh La (5416 metri), scende nella valle del Lower Mustang, fino ad arrivare a Nayapul, passando per il belvedere di Poon Hill.
Tradizionalmente e’ considerato uno dei trekking più belli al mondo, per le sue viste e la natura imponente. Un percorso accessibile a molti grazie alla presenza delle Tea Houses, l’equivalente di pensioncine locali, originariamente al servizio dei viaggiatori nepalesi, che offrivano vitto e alloggio durante i lunghi spostamenti per raggiungere i remoti villaggi disseminati nella valle. Negli anni, le Tea House si sono evolute in Lodges più o meno basici al servizio dei turisti.
Oggi una strada sterrata percorre quasi tutto il circuito, con jeep che strombazzano dietro ogni curva e ricoprono gli escursionisti di polvere. Nonostante le perplessità di molti, il progetto va tuttora avanti, fortemente voluto dai villaggi più isolati e probabilmente finanziato coi proventi dei permessi pagati dai turisti. Solo dopo la sua realizzazione i nepalesi si sono accorti che il mercato del turismo ha iniziato a subire un calo. Per non perdere la magia di questo trekking alcuni volontari hanno ridisegnato il percorso tracciando nuovi sentieri, alternativi alla strada. È nato così il NATT, il New Annapurna Trekking Trail, un sentiero segnalato col sistema europeo delle bandierine colorate che, con un pizzico di fatica in più, permette di evitare quasi completamente la strada, lasciando la sensazione di aver affrontato un percorso ancora abbastanza incontaminato. Il sentiero principale e’ ben tracciato, ad ogni bivio o ponte, con segnaletica bianca e rossa, mentre le bandierine bianche e blu indicano i percorsi alternativi o secondari.
Il secondo percorso classico e’ quello dell’ANNAPURNA SANCTUARY. Con partenza e arrivo variabili da diversi villaggi, a seconda del tempo a disposizione, consente di entrare nel cuore del circuito fino al campo base dell’Annapurna I (4130 metri) e ritornare indietro lungo lo stesso percorso dell’andata, o apportando alcune variazioni ma solo nella parte più a valle. Questo trekking, che è molto più breve del Circuit e fisicamente meno impegnativo, e’ anche decisamente più turistico, cosa per noi assolutamente negativa. Il vantaggio è che non è stato quasi toccato dalla costruzione delle strade, anche perché da un certo punto in avanti non ci sono veri villaggi da collegare, ma solo agglomerati stagionali di Tea House, nati ad uso e consumo esclusivo dei trekkers, che si svuotano al termine della stagione.
Noi abbiamo lasciato una splendida Kathmandu pre-terremoto, con un progetto ambizioso, quello di percorre entrambi i trekking, senza barare, cioè completamente a piedi, partendo da Besisahar e finendo direttamente a Pokhara, ignorando per quanto possibile la strada. Ci sono voluti 31 giorni di cammino, incluso qualche giorno di riposo qua e là, ma pochi, ed un paio di giorni in cui siamo rimasti bloccati dal maltempo. La sfida più dura e’ stata quella di seguire interamente il NATT, intenzione che per diverse ragioni non siamo riusciti a mantenere completamente, ma che si è rivelata un ottimo allenamento fisico in vista della parte più dura del percorso, l’ascesa al Thorong La, e soprattutto fonte di grosse soddisfazioni organizzative nonché motivo di grande orgoglio.

LA STAGIONE DEL TREKKING
Il percorso in teoria è fattibile durante tutto l’anno, anche se i periodi di alta stagione sono l’autunno e la primavera:
Da metà dicembre a febbraio fa molto freddo con temperature che possono scendere anche oltre i venti gradi sotto zero in alta montagna ed è pertanto necessaria un’ottima attrezzatura tecnica. Inoltre c’è il rischio che il passo sia bloccato dalla neve per giorni e giorni.
Da marzo a giugno e’ il periodo delle fioriture. Il tempo e’ generalmente limpido al mattino, mentre si annuvola e può piovere nel pomeriggio.
Da luglio a inizio ottobre, durante la stagione dei monsoni, piove molto e le montagne sono praticamente sempre coperte dalle nuvole.
Da metà ottobre a metà dicembre il clima e’ generalmente secco e le viste sulle montagne sono le migliori in assoluto, pertanto il circuito e’ molto frequentato. Ovviamente le temperature si abbassano man mano che si avanza con la stagione.

I PERMESSI
I permessi sono due:
– l’ACAP, o Annapurna Conservation Area Project, con cui si paga l’accesso vero e proprio al parco. Costa 2000 Rupie, circa 20 $.
– il TIMS, pagato all’associazione delle agenzie di trekking che in caso di necessità collaborano nelle operazioni di ricerca degli escursionisti dispersi. Costa altri 20 $.
Vanno acquistati preventivamente negli appositi uffici di Kathmandu (in centro, vicino a Ratna Park) o di Pokhara (in Damside, poco lontano dalla stazione turistica degli autobus). Esiste anche la possibilità di sbrigare le pratiche alla partenza di Besisahar, ma a prezzo maggiorato. Oppure in alternativa ci si può rivolgere ad un’agenzia, ma sempre pagando un sovrapprezzo.
I permessi sono nominativi e per ottenerli sono necessarie due fototessera e la compilazione di alcuni moduli forniti in loco. Code a parte, il tutto viene rilasciato sul momento. La validità e’ di un anno dalla data di emissione, ma una volta timbrato l’ingresso non si possono riutilizzare. Lungo il percorso ci sono numerosi check post obbligatori dove i permessi vengono controllati e timbrati. A noi non hanno mai chiesto un documento d’identità ma è meglio avere con sé almeno una fotocopia del passaporto.
Per il Circuit ed il Sanctuary e’ sufficiente un unico permesso a condizione che si eseguano i due percorsi consecutivamente, cioè senza mai uscire dall’area. Più precisamente, in senso antiorario prima il Circuit poi il Sanctuary, in senso orario all’opposto.

IL TRASPORTO
La partenza del circuito era tradizionalmente fissata dalla cittadina di Besisahar, ma ogig, grazie alla nuova strada, alcuni autobus locali raggiungono regolarmente anche i successivi villaggi di Bulbhule e Ngadi Bazaar. Da qui in avanti, in teoria, la strada continua, completa fino a Manang, ma è stretta, pericolosa e percorribile solo a bordo di fuoristrada.
Per raggiungere Besisahar da Kathmandu o Pokhara, esistono alcuni autobus diretti, da prenotare rigorosamente con un giorno d’anticipo in qualsiasi albergo o agenzia. In alternativa si può salire anche all’ultimo minuto su qualsiasi mezzo della tratta Katmandu/Pokhara, o viceversa, e scendere a Dumre, un villaggio circa a metà strada, da cui partono diverse corse al giorno in direzione Besisahar.
Il trasporto verso l’Annapurna Area, per quanto si parta presto, può richiedere anche tutto il giorno e spesso si arriva a destinazione spossati dalle lunghe attese e da un estenuante viaggio su autobus sconquassati, quindi difficilmente sarà possibile iniziare il trekking lo stesso giorno.

LE TEA HOUSES
Lungo il percorso c’è solo l’imbarazzo della scelta, soprattutto nel Circuit sembrano esserci più accomodations che turisti, al di fuori del picco stagionale metà ottobre/metà novembre. La maggior parte dei Lodge di solito si concentra nei villaggi, ma a quasi ogni ora di cammino si trovano sistemazioni per la notte dove ci si può fermare, il che rende più facile affrontate gli imprevisti di percorso come maltempo o stanchezza.
Le strutture sono rustiche, in legno o in pietra, ed hanno sempre una stanza comune che funge da ristorante. Di solito garantiscono una doccia calda grazie a piccoli impianti solari, ma in alcuni casi e’ a pagamento. L’elettricità stranamente non manca mai, ma anche la ricarica delle batterie ogni tanto si paga a parte, soprattutto lungo il Sanctuary. Le camere sono basiche, più o meno pulite e sempre senza riscaldamento. Per le coperte extra basta chiedere, sono abbastanza puzzolenti, ma non mancano mai.
Il prezzo delle stanze è praticamente nullo, da zero a qualche centinaio di Rupie, a seconda della capacità di contrattazione. I prezzi indicati successivamente in queste pagine sono soggettivi, a seconda della stagione, della quantità di turisti, dell’umore del proprietario o dalla nostra voglia di contrattare.
Di solito la regola impone di mangiare dove si dorme, almeno cena e colazione, mentre per il pranzo ci si ferma a piacimento lungo il cammino. I prezzi dei pasti sono talmente alti rispetto alla media nepalese, che quasi sempre si può spuntare anche una camera gratuita, o quasi, sopratutto lungo il Circuit. Nel Sanctuary, invece, le Tea House sono numericamente ridotte e spesso sovraffollate dalla massa di gruppi e di agenzie che prenotano in anticipo, quindi i viaggiatori indipendenti faticano a trovare posto, figuriamoci ad ottenere uno sconto.

MANGIARE E BERE
Il circuito e’ talmente turistico che i ristoranti si sono ingegnati per venire incontro a qualsiasi esigenza, basta pagare. Dagli spaghetti alla torta di mele si può trovare di tutto, ma più si sale più i prezzi si avvicinano all’Europa, ed anzi nel caso della birra addirittura la superano. I menù si assomigliano tutti, spaziando dalla cucina tradizionale, ai piatti tibetani, alla pizza e, mentre la qualità può cambiare, generalmente i prezzi restano uguali all’interno dello stesso villaggio. I tempi di preparazione possono essere epocali, perciò soprattutto a pranzo, se non si vuole stare fermi delle ore, e’ meglio scegliere qualcosa di veloce.
Il piatto tipico e’ il Dal Bhat, non costa molto ed è abbondate visto che viene ricaricato a volontà. Consiste in un insieme di più portate, servite contemporaneamente, a base di zuppa di lenticchie, curry di verdura, riso bianco, pappadam (un foglio sottile di pane fritto), pickels (verdure fermentate) e salsa piccante a piacimento. Per colazione si trova di tutto, dalle uova ai pancakes, dal muesli alle torte al cioccolato. Mentre la frutta e’ rara, eccetto le mele in stagione di raccolta, birre, bibite, te e caffè si trovano a volontà ed in alcuni posti si può provare un succo a base di sciroppo di seabuck, una bacca locale che ricorda vagamente l’albicocca.
L’acqua del rubinetto non è sicura, ma si può purificare con i filtri e le pastiglie. In giro si trovano anche le bottiglie confezionate, ma sono sconsigliabili, non solo per i prezzi esorbitanti ma sopratutto per evitare di produrre rifiuti, che nei lodges generalmente vengono smaltiti gettandoli direttamente nel fiume. Lungo il percorso si trovano anche alcune, poche a dire il vero, Safe Water Drinking Station, postazioni dove è possibile ricaricare la propria borraccia a pagamento, ma le pastiglie restano la soluzione più pratica ed economica.
Vale sempre la regola di mangiare dove si dorme, se non si vuole pagare un sovrapprezzo sulla camera anche pari a dieci volte il suo valore. In ogni caso la montagna non offre molte opzioni, generalmente i villaggi non sono altro che agglomerati di lodges ad uso e consumo dei turisti, e a meno che non si voglia andare a mangiare in un altra Tea House, cosa che non avrebbe molto senso, tanto vale fare tutto nello stesso posto.
Noi per scongiurare il rischio di intossicazioni alimentari abbiamo scelto un regime vegetariano, prevalentemente a base di Dal Bhat che a dire il vero abbiamo mangiato fino alla nausea. Per risparmiare, raramente abbiamo ceduto alla tentazione di concederci tutto quello che ci passava sotto gli occhi, ad esempio, niente birra e pochi dolci, eccetto quelli che ci eravamo portati. Spesso abbiamo pranzato al sacco comprando pane, uova, formaggio o pomodori nei negozietti lungo la strada, risparmiando così tempo e denaro. Anche il tè ce lo siamo quasi sempre fatto per conto nostro, portandoci le bustine e comprando solo l’acqua calda.
Prezzi indicativi:
1 porzione di Dal Bhat, tra 350 e 550 Rupie
1 pancake col miele o le mele, tra 200 e 300 Rupie
1 tazza di tè, tra 30 e 80 Rupie, con picchi da 150/200/250 Rupie salendo in cima al Thorong La.

EXTRA
Carta igienica, saponette, pile di ricambio, cioccolata, sigarette… nei Lodges si trova tutto quello che può servire, anche se noi per risparmiare abbiamo cercato di essere autosufficienti o in caso di rifornirci nei negozietti lungo il percorso o nei centri più grandi e vicini alla strada dove i prezzi erano più bassi. In alcuni villaggi, tipo Manang, si può anche acquistare materiale da trekking di ricambio come guanti, giacche, ghette o racchette, e souvenir di ogni tipo.

SOLDI
È fondamentale avere con se tutto il denaro necessario per la durata del trekking, rigorosamente in contanti, perché non ci sono ATM lungo il percorso, eccetto uno a Jomsom, che però pare funzionare col singhiozzo. Si paga tutto in Rupie nepalesi, quindi è obbligatorio cambiare o prelevare prima di lasciare Pokhara o Kathmandu. Lungo il percorso non abbiamo mai visto accettare dollari o euro, anche se pare ci sia un cambiavalute sempre a Jomsom.

SPESA TOTALE
È stata una delle valutazioni più difficili da fare prima di partire, visto che bisognava avere con se tutto in contanti. Nessuno sapeva darci informazioni utili e cercando su internet, abbiamo calcolato un budget di 30 $ al giorno in due, ma con l’intenzione, se possibile, di spendere meno. E stando attenti in effetti ce l’abbiamo fatta, abbiamo speso 79862 Rs per due persone, in 31 giorni di trekking. L’equivalente di 26 $ al giorno per due persone, tutto incluso (con un cambio indicativo pari a 100 Rp = 1 $). Naturalmente, se non si sta un po’ attenti a quel che si mangia o si beve, e’ un attimo arrivare a 25/30 $ per persona!
In dettaglio:
– Trasporto: 750 Rs, il costo di due biglietti d’autobus non turistico da Kathmandu a Besisahar, con cambio a Dumre.
– Permessi: 8042 Rs, per due persone per entrambi i permessi.
– Dormire 3650 Rs. È la voce più economica, grazie ad una buona dose di contrattazione ed anche perché abbiamo sempre mangiato dove dormivamo.
– Mangiare 66355 Rs. La cifra include tutto, colazione, pranzo e cena in abbondanza, ma sempre con un occhio al portafoglio.
– Extra 1065 Rs. Carta igienica, sapone, dentifricio, quelle cose li insomma.

ALTITUDINE E ACCLIMATIZZAZIONE
Il trekking dell’Annapurna raggiunge altezze considerevoli che costringono il corpo umano ad uno sforzo di adattamento che può richiedere alcuni giorni. Quando si sale troppo in fretta si corre il rischio di non lasciare al corpo il tempo sufficiente per questi adattamenti fisiologici, dovuti alla carenza di ossigeno e di anidride carbonica. Generalmente a partire dai 3500 metri in su si possono iniziare ad accusare sintomi come: mal di testa, nausea, confusione, mancanza di sonno, inappetenza, stanchezza. Si tratta di un campanello d’allarme da non sottovalutare, perché le conseguenze possono essere molto gravi ed in alcuni casi mortali.
Per limitare la probabilità d’insorgenza del mal di montagna e’ importante rispettare alcune semplici precauzioni.
– Innanzitutto non è vero che le persone molto allenate corrono meno rischi delle altre, anzi è più probabile il contrario. La prima regola da seguire prevede di procedere sempre ad un’andatura leggermente inferiore a quella che le proprie gambe consentirebbero per evitare di sovraffaticassi. Le persone molto allenate ed abituate alla fatica corrono il rischio di salire troppo in fretta senza rendersene conto.
– In secondo luogo non è detto che se in passato non si abbiano avuto problemi di acclimatizzazione, non si possano avere in futuro. Non esiste un modo di abituare il corpo all’altitudine, a meno che non si viva in pianta stabile in alta montagna. Quindi bisogna tener presente che ogni persona è diversa e che ogni volta che si affronta un trekking in altura il corpo può reagire diversamente.
– In caso di malessere, vale sempre la regola del non cercare scuse: un leggero mal di testa non deve preoccupare troppo, l’importante è non confonderne le cause, difficilmente sara’ per via del sole, la stanchezza o chissà che altro, bisogna sempre tener presente che è il mal di montagna ad affliggerci ed agire di conseguenza. Se il dolore persiste o aumenta e’ necessario fermarsi, bere molta acqua e prendere una compressa di paracetamolo. Se non si hanno miglioramenti, si deve assolutamente scendere di quota, anche poco può bastare, e riprovare il giorno dopo. Mai e poi mai andare avanti se ci si sente male.
– L’uso del Diamox può aiutare a prevenire l’insorgenza dei sintomi. Noi di solito lo prendiamo e ci siamo sempre trovati bene. Il dosaggio che seguiamo e’ di due compresse al giorno, mattino e sera, per cinque giorni. L’importante è iniziare almeno due sere prima di passare la prima notte intorno ai 3500 metri, altrimenti se ne vanificano gli effetti preventivi.
– L’altezza critica di solito parte dai 3000 metri in su, perciò da qui in avanti si consiglia di dormire ad un’altezza non superiore di 500 metri, rispetto alla sera precedente. Inoltre e’ fondamentale salire lentamente, ascoltando il proprio corpo, bevendo molto e cercando di stare al caldo quando ci si ferma.
– Nel caso dell’Annapurna Circuit, per scongiurare l’insorgere della malattia e’ fondamentale passare almeno due notti intorno a 3500 metri prima di proseguire a salire. L’ideale è fermarsi nella zona di Manang, un villaggio più grande dove si può sostare per un giorno di riposo o allenarsi con uno dei trekking laterali al percorso principale.
– Dopo Manang, si devono trascorrere almeno altre due notti prima di affrontare il passo, una nella zona di Yak Karka ed una al campo base del Thorong La. Noi abbiamo scelto di non dormire all’High Camp perché l’abbiamo considerato troppo alto e troppo freddo, ed abbiamo preferito affrontare l’ascesa al passo tutta nello stesso giorno, partendo all’alba e confidando in un buon allenamento fisico.
– Durante l’Annapurna Sanctuary abbiamo incontrato meno problemi di acclimatizzazione, un po’ perche eravamo gia stati a lungo in altura, ma soprattutto perche abbiamo scelto di non dormire al Campo Base (4130), ma al Machapuchre Base Camp (3700), dove la mattina all’alba abbiamo lasciato gli zaini per salire fino alla cima e tornare in mattinata.

L’ATTREZZATURA
Escluse le scarpe da trekking, noi non avevamo assolutamente nulla di valore, niente attrezzatura supertecnica o di goretex che costa un occhio della testa. Tutto quello che ci mancava, come i pantaloni da trekking, le ghette e le racchette, l’abbiamo comprato nei negozi di tarocchi di Thamel ed è stato più che sufficiente.
Segue un elenco dettagliato.

INDUMENTI
Preferibilmente caldi ma leggeri, meglio se poco voluminosi ed in materiali ad asciugatura rapida.
– Giacca impermeabile medio peso (qualcuno utilizzava un piumino corto, abbinato alla giacca di goretex leggera, per noi un solo pezzo intermedio fra i due e’ stato sufficiente, ma avendo molto tempo a disposizione abbiamo potuto scegliere di non camminare sotto la neve o la pioggia, cosa che altri sono stati costretti a fare)
– Pile (per me 2, uno leggero ed uno pesante, ma sono molto freddolosa)
– 2 pantaloni tecnici (uno per camminare ed uno di riserva o da indossare la sera dopo la doccia, per tornare ad essere persone civili almeno per qualche ora)
– 2 T-shirt manica corta da sport
– 2 T-shirt manica lunga da sport (con zip sul collo meglio) o in alternativa 1 T-shirt e 1 camicia tecnica, leggera ma ideale contro il vento.
– Paracollo, cuffia, guanti (fondamentali)
– Pantalone e maglia termica (da indossare sotto gli abiti in alta montagna)
– Qualcosa per dormire (nel mio caso tuta in micro pile)

MATERIALE TECNICO
– Zaino con cover (noi ne abbiamo utilizzato uno da 50 litri ed uno da 36, il resto del bagaglio l’abbiamo lasciato in deposito nella Guesthouse di Kathmandu)
– Sacco a pelo leggero (il nostro pesa meno di un chilo, e’ poco voluminoso e molto pratico da trasportare. Ovviamente non resiste alle basse temperature, ma nelle Tea House si possono facilmente reperire coperte extra, anche due o tre a testa in alta montagna. L’importante se si ha questa esigenza è specificarlo subito al momento della contrattazione della stanza, pena il rischio di rimanere senza. In ogni caso e’ meglio scegliere una sistemazione poco frequentata da agenzie e gruppi per limitare la concorrenza, visto che anche le guide e soprattutto i porter usano le coperte)
– Scarpe da trekking basse in goretex ( le scarpe sono fondamentali, perché ogni piede ha le sue esigenze e quindi sono state l’unico oggetto di valore che abbiamo scelto con cura prima di partire. Nel nostro caso un paio di Salomon Gtx con suola da trekking, ma basse alla caviglia, sono state più che sufficienti, più pratiche e leggere del classico scarponcino alto)
– Ghette per la neve (in base alla stagione possono essere utili, sopratutto se si utilizzano scarpe basse. Per noi sono state fondamentali a causa delle abbondanti nevicate fuori stagione)
– Racchette (io non le usavo, ma dopo pochi giorni le ho comprate, preoccupata soprattutto dalla neve e dalla ripida discesa che segue il Thorong La, e devo dire che per me si è rivelata un’ottima scelta. Fede non ne ha avuto bisogno, ma lui ha gambe forti…)
– Infradito o ciabatte (per fare la doccia o rilassare un po’ il piede dopo una giornata di cammino)
– Torcia frontale con pile di ricambio (solitamente nelle camere non manca mai la luce, ma è servita spesso per raggiungere il bagno di notte, e soprattutto per la traversata del Torong La con partenza prima dell’alba. Da ricordare che in alta montagna e’ consigliabile dormire con la torcia e le pile dentro il sacco a pelo, perché il freddo della notte scarica rapidamente le batterie)
– Kindle (per leggere un buon libro senza doversi portare dietro un peso eccessivo)
– Macchina fotografica
– Caricabatterie (da usare con parsimonia perché in molte Tea House la ricarica e’ a pagamento)
– Coltellino svizzero
– Borraccia da un litro
– Filtro o pillole per potabilizzare l’acqua (per quanto sembra incredibile l’acqua non è del tutto sicura ed il costo delle bottiglie più si sale, più diventa esorbitante, oltre che ecologicamente insostenibile)
– Bicchiere pieghevole in silicone (e’ servito a noi che per risparmiare ci facevamo il tè per conto nostro, visto che spesso il costo di una tazza di tè raggiungeva livelli europei, mentre un litro di acqua bollente ci consentiva di berne tre tazze a testa ad una cifra modesta)
– Mappa (se ne trovano diverse tipologie. Senza una guida la scala deve essere almeno 1:100.000, per identificare meglio i sentieri e le deviazioni. E’ consigliabile trovarne una che indichi anche il NATT, il sentiero alternativo alla strada, sperando che sia la versione più aggiornata possibile, visti i continui cambiamenti che intervengono sui percorsi nella valle, tipo frane o dighe in costruzione)
– Agendina e biro (per appuntare percorsi, spese, pensieri)
– Mini kit da cucito
– Un paio di metri di cordino sottile da scalata (sottile, ma abbastanza robusto da essere utilizzato come stringa di ricambio in caso di necessità, o più semplicemente per stendere la biancheria o legare qualcosa)
– Rotolo di nastro adesivo da elettricista (importantissimo in un trekking di lunga durata, può servire per riparare una scarpa da ginnastica, un buco nel sacco a pelo o nella cover dello zaino, come per chiudere in emergenza una ferita)
– Asciugamano in micro fibra
– Occhiali da sole (fondamentali)
– Crema solare protezione 50
– Burro cacao
– Spazzolino e dentifricio
– Carta igienica (1 rotolo per iniziare)
– Shampoo monouso (4/5 bustine)
– Deodorante (secondo Fede e’ inutile, ma io l’ho portato di nascosto)
– Saponetta bio (da usare anche per il bucato)
– Assorbenti
– Salviette umide (per l’igiene intima o per darsi una rinfrescata quando la doccia e’ troppo fredda o troppo cara)

BIANCHERIA
In abbondanza, perché lavare in alta montagna, tra l’acqua fredda e la stanchezza, a volte non è davvero possibile, oltre al fatto che ad asciugare la roba ci mette un secolo. E se si può usare senza problemi la stessa maglietta per una settimana di seguito, lo stesso non vale per le mutande o le calze. Per cui:
6 paia di mutande
1 paio di calze di lana (calde ma che non stringano, da usare per dormire)
1 paio di calze tecniche tipo sci (da usare in alta montagna)
2 paia calze lunghe da trekking
1 paio calze corte da trekking ( da usare in basso dove fa caldo)
1 canottiera di lana e 1 di cotone (da usare per dormire o in alta montagna)
2 reggiseni da sport

MEDICINALI
Tutti acquistabili in loco a prezzi ridicoli rispetto all’Italia:
– Diamox per almeno 5 giorni (attenzione: aiuta a prevenire il mal di montagna, non lo cura! Si trova facilmente in tutte le farmacie nepalesi senza bisogno di ricetta, il dosaggio che seguiamo di solito prevede una compressa al mattino ed una alla sera per cinque giorni, iniziando almeno due sere prima di dormire ad un’altitudine di 3500 metri circa)
– Paracetamolo 1000 mg (non solo in caso di febbre, ma soprattutto contro il mal di testa, il principale sintomo del mal di montagna. Alcune guide consigliano, in caso di mal di testa forte, di non proseguire, fermarsi, prendere una compressa e bere almeno un litro d’acqua, se nel giro di poco il dolore non diminuisce e’ preferibile scendere leggermente di quota e ritentare il giorno dopo)
– Antibiotico intestinale (la prima causa di abbandono del trekking sono le intossicazioni alimentari, quindi prestare molta attenzione alla disinfezione dell’acqua e preferibilmente mangiare solo vegetariano, viste le tecniche non proprio ortodosse di conservazione dei cibi e soprattutto della carne)
– Imodium
– Cortisone in crema (come disinfettante in caso di ferite o contro rash cutanei da bed bugs)
– Cerotti per vesciche
– Bende e cerotti
– Muscoril in crema (contro strappi o irrigidimenti muscolari)

EXTRA
Facoltativi, perché lungo il percorso ci sono infiniti negozi e ristoranti che vendono ogni genere di alimento, ovviamente i prezzi possono salire anche fino a sei volte quelli normali. Noi viaggiamo in economia e per risparmiare abbiamo deciso di caricarci di tutto il possibile, accettando che ogni chilo in più nello zaino lo devi portare sulla schiena.
Nel dettaglio:
– 1 Kg di formaggio (in due ci è durato una decina di giorni. Lo usavamo come base per il pranzo al sacco insieme a ciò che giorno per giorno riuscivamo a comprare: pane fresco o in cassetta, uova sode, pomodori. Il picnic si è rivelato un modo veloce ed economico di pranzare che ci consentiva la libertà di fermarci dove e quando volevamo, inoltre il formaggio e’ una buona fonte alternativa di proteine se si sceglie di seguire un regime vegetariano durante il trekking)
– 1 Kg di cioccolato in barrette o snack (soprattutto questo è facoltativo, perché mentre il formaggio non è sempre facile da trovare, il cioccolato si trova dappertutto, sempre se si è disposti a pagare)
– Te in bustina (inizialmente abbiamo preso anche lo zucchero, 1/2 chilo, ma lo abbiamo abbandonato quasi subito, perché si trova quasi sempre gratuitamente su tutti i tavoli dei ristoranti)
– 1 sacchetto di noccioline o frutta secca

CONTINUA…..

  

Paragliding!!!

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Giorno 697.

La sensazione è quasi di pulizia, spazio, freschezza. Sarà l’aria mite della sera fra i capelli bagnati dopo una tanto desiderata doccia, l’assenza di auto strombazzanti o la novità di un paese sconosciuto, ma siamo pieni di aspettative. L’India e’ dietro l’angolo ma già lontanissima, nonostante i pochi chilometri che ci separano dal confine. La notte nepalese ci coccola dopo una lunga giornata di fatiche… Ma non fraintendiamo. L’India resta un paese meraviglioso, forse il più affascinante e sconvolgentemente interessante che esista al mondo. La sua squallida bellezza ti resta appiccicata addosso, per sempre, e sai che non te ne libererai mai completamente. Però, a volte, e’ semplicemente troppo.

Salutiamo una Varanasi ancora addormentata alle quattro del mattino. Il giapponese che è con noi si trascina dietro un trolley inquietante e fuori posto sui ghat stranamente deserti nella luce gialla dei lampioni. Il rumore delle rotelle si perde lungo l’ansa del fiume, un cane rovista tra i rifiuti e qualche baba dorme sui gradini come un mucchio di stracci dimenticati. Ci infiliamo in un vicolo del centro e ci dividiamo in cerca di un risciò a pedali che ci conduca trionfanti verso la stazione più trafficata del mondo. All’alba dell’ultimo giorno in questo paese dove si lotta per il diritto allo spazio vitale, ci accalchiamo sul binario numero tre con altri mille pellegrini, cullati dalla speranza di accaparrarci un posto in piedi su un treno stracolmo diretto verso nord. I più coraggiosi saltano al volo sui vagoni ancora in corsa, mentre uomini, donne e scatoloni spingono in ogni direzione. Il giapponese ce l’ha fatta nonostante il mostruoso bagaglio, lo vediamo sfilare da un finestrino, mentre noi, troppo educati e rassegnati per lottare, ci accodiamo tra gli ultimi a salire. Senza biglietto e con nessuna intenzione di pagarlo, perché contro l’India non puoi lottare ma certe volte almeno il film scorre gratis.

Un viaggio in piedi vicino ai cessi. Seguono due autobus ormai buoni solo da rottamare su cui attraversiamo le esalazioni della pianura che comincia a riscaldarsi sotto il sole di marzo. Compriamo frutta dal finestrino, contrattiamo un taxi per il confine che vaffanculo costa troppo e allora camminiamo. L’ultima fregatura ce la rifila l’ufficiale della frontiera: gentile turista devi cambiare qui tutte le rupie, come non lo sai? Gli agenti di cambio al di la’ del confine non accentano banconote tagli grossi (nel caso specifico mille rupie, l’equivalente di 15 euro). E noi ingenuamente lo seguiamo dall’amico cambiavalute che, complice sornione, alla fine gli rilascerà una lauta mancia. Ma va bene così, gli stringiamo pure la mano mentre ci beviamo anche questa. Forse abbiamo appena perso mezzo dollaro…Poi, dopo sedici ore di viaggio e di duecento dollari più leggeri (il costo di tre mesi di visto nepalesi), lasciamo il paese con un filo di sollievo. A due settimane dalla partenza, ci facciamo una birra. È la sera del mio compleanno.

Al mattino scopriamo a nostre spese che il Nepal e’ 15 minuti avanti rispetto all’India, e ingenuamente perdiamo l’autobus. Fortuna che in Asia ci sono sempre trasporti da ovunque per dovunque, così ne incastriamo due di seguito ed in poche ore siamo a destinazione. Tansen, che i locals chiamano anche Palpa, e’ un villaggio Newari piuttosto grande che se ne sta appollaiato sulla mezza montagna nepalese, in quella zona via di mezzo tra la pianura confinante con l’India e i piedi dell’Himalaya. Gente tranquilla, quasi timida in confronto alla sfrontatezza un po’ aggressiva dei vicini del sud. Ma si sa, la gente di montagna e’ di poche parole. Non così Man Mohan, il nostro ospite, un omino piuttosto anziano per il quale ogni scusa è buona per sfuggire alla moglie e rifugiarsi sul tetto a fumare sigarette e chiacchierare coi turisti, non troppi, che passano da queste parti. Ha addirittura fondato a sue spese un piccolo ufficio turistico gratuito, con tanto di mappe autoprodotte della zona e sentieri da lui stesso tracciati. Seguiamo i suoi consigli e il giorno dopo ci incamminiamo su un crinale per scoprire le montagne nepalesi coi nostri occhi. La giornata è tersa, all’orizzonte si staglia una grande fetta di Himalaya che riposa sotto la neve, scintillante ed imponente, nonostante la distanza che ancora ci separa. 

   

Due giorni di passeggiate e allenamento davanti allo scenario Himalayano e non stiamo più nella pelle. Decidiamo di avvicinarci alle montagne. Scendiamo a Pokara, la seconda città nepalese, che ci ingoia nel suo ghetto turistico spalmato sulla riva di un lago piuttosto melmoso, lontanissimo dal centro cittadino e dalla vita reale. Non comprendiamo a pieno tutto il potenziale di questa Gardaland ambita dai cinesi, che non vengono per camminare ma per comprare pashmine e cappellini nei centomila negozi di souvenir. Il lungolago trabocca di caffè, pasticcerie, ristoranti di ogni tipo ed etnia, centri benessere, agenzie di viaggi, kayak, paragliding, che snocciolano su lavagnette e cartelloni tutti i possibili percorsi Himalayani ed attività connesse. E ancora cinesi e neohippies reduci dal trekking che, dopo quattro giorni passati in montagna si atteggiano a sopravvissuti della traversata dell’artico a piedi…..Decidiamo di lasciare subito il posto, ma prima dobbiamo sbrigare le pratiche per entrare nella riserva dell’Annapurna.  

   L

L’ufficio che rilascia i permessi si rivela il più inutile della terra, non uno straccio di informazione, e solo dopo aver pagato la nostra quota, l’impiegato ci rivela che il Thorong La, il passo di 5400 metri che congiunge le due valli principali dell’Annapurna Circuit, e’ ancora chiuso per la neve, caduta abbondante quest’anno ed anche un po’ tardiva. Scusa perché non me l’hai detto subito? Lo sai che sono venuta qui già ieri e l’ufficio era chiuso mezz’ora prima dell’orario? Perché non mettete un cartellone fuori, come alle cabine degli ski-lift mettono il bollettino meteo della giornata? È l’unica informazione importante che dovreste indicare a caratteri cubitali e tu me lo dici dopo che ho pagato? Come fai a vendermi il biglietto di un circuito se a metà il percorso è tranciato? Inutili lamentele che rimbalzano contro un muro di gomma. Siamo gli unici in tutto l’ufficio a manifestare il nostro disappunto. 

Trattenuti gli istinti omicidi cambiamo programma, decidiamo di aspettare una decina di giorni e ci spostiamo verso Kathmandu. Lungo la strada ci fermiamo un paio di giorni a Bandipur, un villaggio ancora molto rustico, nonostante si stia aprendo al turismo, fatto di stradine ciottolate e case di legno tradizionali. Alloggiamo presso una famiglia in una stanza al secondo piano coi mattoni a vista, una scala di legno scuro ed un bagno lontanissimo, dall’altra parte del cortile. Girovaghiamo per il paesello e facciamo qualche escursione ai villaggi circostanti. L’atmosfera è ancora genuina, la gente ci guarda curiosa, i bambini piangono al nostro arrivo e le ragazzine ci regalano fiori senza pretendere caramelle in cambio. E tutti, ma proprio tutti, dalle vecchie di ottant’anni ai bambini di quattro, ci chiedono se siamo lì anche noi per il paragliding (quello che in Italia chiamiamo parapendio), il nuovo passatempo in cui si dilettano i turisti venuti in loco, attratti dalle ottime correnti d’aria prehimalayane e dalle viste grandiose. Dall’eccitazione che si vede in giro, capiamo che per i contadini nepalesi e’ un’attività del tutto sconvolgente, una magia di uomini e ali colorate che volano coi falchi, quasi come l’arrivo della televisione nelle case italiane del dopoguerra. Un bambino che avrà 3 anni, saltella sul tetto piatto di una casa, sventolando un sacchetto di plastica legato a un cordino a mo’ di paracadute e urlando a squarciagola il fantomatico anatema….. Paaaraaaagliiiidiiiing….. quasi abbiamo paura che si lanci di sotto, così a gesti cerchiamo di fermarlo, mentre una vecchia dalla casa di fronte ci guarda stupita….ma come, non lo fate anche voi Paaaaaraaaagliiiiiidiiiiing?  

   

  

    

 

La città delle nuvole

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Giorno 629.

Allora sulla scala della terra sono salito,
tra gli atroci meandri delle selve perdute,
fino a te, Machu Picchu.
Alta città di pietra scalinata,
dimora degli esseri che il terrestre
non potè celare nelle vesti assonnate.
In te, come due linee parallele,
la culla del tempo e quella dell’uomo
si dondolano in un vento di rovi.

Pablo Neruda, Le alture di Machu Picchu

Forse siamo arrivati fino qui con troppe aspettative. Ora, sarà la pioggia, la cappa di nuvole che ci avvolge come nebbia bassa in Valpadana, la sveglia tragica delle quattro del mattino, i duemilacinquecento gradini nel buio, il sudore che si mescola all’umidità, e nonostante tutto ciò il fiume di turisti che spinge contro i cancelli per entrare, ma questa giornata al Machu Picchu rischia di meritare di diritto il podio fra le peggiori di tutto il viaggio. Davanti ad una tazza di te caldo, pagata la modica cifra di quattro dollari, Fede borbotta come una pentola di fagioli, imprecando indistintamente contro il tempo, l’ignara barista, il governo peruviano, gli stessi Inca per aver scelto la vetta più nebbiosa di tutto il Sudamerica e costruirci sopra la loro città sacra. Seguono senza pietà invettive contro la bigliettaia dei cessi, le guide turistiche che si aggirano sul piazzale come iene in cerca di carcasse, i venditori di souvenir, gli americani vecchi e grassi che scendono comodamente dalle navette turistiche ed ancor di più quelli giovani e forti che hanno pigramente scelto la via più comoda e costosa per raggiungere la cima. Spontaneamente mi sacrifico a farmi ridere in faccia dall’impiegata dell’amministrazione nel vano tentativo di disdire il nostro ingresso al parco, prenotato per oggi quasi una settimana prima. Ma a questo punto farei qualunque cosa pur di risolvere la situazione. Ovviamente non si accettano cambi, quindi per non sprecare soldi e la fatica di due giorni di viaggio per cercare di spenderne meno, costringo un Avidano ormai ostile verso il mondo, ad entrare ugualmente e a confidare in un po’ di fortuna.

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Una barella con un giapponese in crisi d’ossigeno si fa largo tra la folla che accalca ogni mattonella di questo gioiello di città perduta. Controllori armati di fischietto richiamano all’ordine sciami di turisti che calpestano, scalano, saltano o si siedono dove non dovrebbero. Sembrano più solenni e indaffarati di un team di arbitri ai mondiali. La cittadella e’ avvolta da una pioggerella umida, odore di erba appena tagliata ed una rigogliosa giungla che l’abbraccia tutto intorno e che spinge per tornare ad inghiottirla. Nuvole di vapori salgono dal fondovalle, mentre la nebbia cancella il resto del mondo ed attutisce ogni rumore. Forse siamo su un’isola. Se non fosse per la sovrappopolazione in bermuda, k-way e macchina fotografica, questo clima surreale renderebbe ancor più affascinante la scoperta delle rovine, come quando i primi esploratori le riportarono alla luce. Ma questo e’ meglio che lo tenga per me adesso. Scaliamo la cima più alta e seduti su una roccia aspettiamo che la giornata ed i turisti ci scorrano davanti. La pioggia diventa nebbia, il sole fa capolino tra le nuvole, un arcobaleno ci scavalca, i gruppi passano, fotografano e scendono. Il Machu Picchu e’ sempre li, disteso sotto i nostri occhi. Alle tre del pomeriggio rimaniamo praticamente soli davanti al tramonto più incantevole della nostra vita. E mio marito finalmente tace.

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NOTE PER I VIAGGIATORI:
Dieci suggerimenti per visitare il Machu Picchu senza dover vendere un rene:

1. Punto di partenza. La città di Cuzco, dove vi troverete disorientati e disorganizzati in balia di spregiudicate agenzie di viaggio che a tutti i costi vi vorranno scortare nella visita alle rovine. Davvero non è necessario. Trovate un buon ostello dove poter lasciare in deposito il bagaglio e preparatevi uno zainetto con il necessario per passare due notti fuori.
2. Il biglietto. Essendo il numero giornaliero di visitatori limitato, in alta stagione e’ necessario prenotare con qualche giorno di anticipo l’ingresso al Macchu Picchu. Per non incorrere in costi aggiuntivi, recatevi di persona presso la “Direccion de Cultura Machu Picchu”, in Av. De la Cultura, ben consapevoli che in caso di necessità la data della visita si può modificare solamente negli stessi uffici centrali di Cuzco. In alternativa si può acquistare l’ingresso direttamente il giorno prima o il giorno stesso della visita, presso la biglietteria di Aguas Calientes, in città e non all’ingresso, ricordatevelo prima di scalare la montagna. (costo biglietto 126 Soles)
3. Il viaggio. Dalla città di Cuzco prendete un autobus al Terminal Santiago in direzione Quillabamba, precisando al bigliettaio che intendete scendere a Santa Marìa. E’ necessario non partire più tardi delle sette del mattino se si vuole raggiungere Aguas Calientes in giornata. Dopo sei ore di curve a gomito e tornati, verrete scaricati frettolosamente ad un villaggio di quattro case in mezzo alla selva, che più che altro e’ un crocevia. Non sarete ancora scesi dall’autobus che numerosi tassisti vi staranno aspettando ansiosi di trasportarvi per un’altra ora e mezza di strada adrenalinica fino al villaggio di Santa Teresa. Rassegnatevi, e’ l’unica opzione. Se e’ troppo tardi meglio fermarsi a dormire in paese, ci sono sistemazioni economiche e terme piuttosto invitanti, altrimenti da qui, cambiate mezzo ed in altri trenta minuti raggiungete la centrale idroelettrica, dove la strada finisce. (costo trasporti 15 + 10 + 5 Soles)
4. La camminata. Quindici chilometri di sentiero in leggera salita collegano la centrale idroelettrica con la cittadina di Aguas Calientes. Sono circa tre ore a piedi seguendo i binari del treno, perciò tranquilli e’ impossibile perdersi.
5. La città. Arrivati a destinazione sudati e sporchi di fango, non crederete ai vostri occhi: Aguas Calientes è un moderno complesso di lussuosi alberghi, ristoranti per turisti e negozietti per tutti i gusti. Passeggiando per le vie del centro vi chiederete più di una volta se non avete sbagliato posto. Guardate ma non toccate, tutto è’ in vendita e a cifre esorbitanti, ma cercando bene si può trovare una camera umida e senza finestre ad una cifra accettabile, variabile a seconda della stagione, ed un pasto economico al piano superiore del mercato centrale, dove potrete fare scorta d’acqua e frutta per la scalata del giorno seguente. (costo camera 15 Soles a persona + 8 Soles per un piatto completo al mercato centrale)
6. L’alba tragica. Quasi due anni di viaggio dovrebbero averci insegnato qualcosa, mai dare retta alla Lonely Planet. Invece come suggerito sulla guida partiamo alle quattro del mattino per vedere un’alba che non c’è, a causa della nebbia, e per evitare il grosso della folla. Peccato però che anche gli altri leggano le stesse informazioni e, credendosi altrettanto furbi, vogliano essere tra i primi ad arrivare, comodamente seduti in navetta ed alle sei del mattino. Così mentre voi avrete già scalato una montagna intera al buio, vi troverete comunque in coda con altre centinaia di persone. Ricordate, il vantaggio che avete su tutti questi personaggi e’ che la vostra giornata al Machu Picchu non è scandita dal conto alla rovescia del treno che parte alle tre del pomeriggio. Orario in cui la cittadella ritorna ad essere un luogo quasi deserto e pieno di fascino.
7. La scalata. Da Aguas Calientes bisogna ritornare indietro sui propri passi, in direzione idroelettrica, ma questa volta lungo la strada che costeggia il fiume. Dopo aver superato il campeggio, un ponte ed un cancello controllato da guardie segnalano che siete arrivati alla base del sentiero che si sviluppa sulla destra, fronte alla montagna, dei tornanti carrozzabili. Sono circa 500 m di dislivello per 2km di sviluppo su migliaia di scalini accidentati per raggiungere l’ingresso vero e proprio. Circa un’ora di cammino.
8. Il pranzo. Una volta usciti dal villaggio vi sarete giocati l’ultima opportunità di procurarvi acqua e cibo ad un prezzo ragionevole. All’ingresso del Machu Picchu si trovano bagni a pagamento, un bar ed un ristorante a cifre equiparabili a quelli di Piazza San Marco a Venezia. Perciò caricatevi di tutto ciò che potete trasportare e nascondetelo per bene nello zaino. Già perché all’ingresso un cartello a caratteri cubitali tenterà di intimorirvi e dissuadervi dall’idea di portare il vostro pranzo al sacco all’interno delle rovine, per costringervi a consumare al bar convenzionato. Per fortuna, nessuno controlla. Ovviamente non scordate di rimuove i vostri rifiuti ed evitate di inquinare il paesaggio.
9. La guida. Fuori dall’ingresso si trovano numerose guide ufficiali in attesa di un ingaggio da parte dei turisti. I prezzi non sono nemmeno esorbitanti per circa due ore di visita guidata e se incontrate altri visitatori interessati potete dividere la spesa. Noi ci accontentiamo della Lonely Planet e di alcune informazioni scaricate da internet, visto i costi già sostenuti, inoltre come non fa che ripetermi Avidano, quelle delle guide sono tutte supposizioni perché in realtà sul Machu Picchu si sa davo poco.
10. Il ritorno. Il sito chiude poco prima del tramonto, tra le quattro e le cinque. Se ci si vuole fermare fino alla fine, cosa che consigliamo per chi davvero vuole respirare un attimo di magia tra le rovine deserte, e’ meglio trascorre una seconda notte in Aguas Calientes e partire l’indomani mattina, sempre sul presto, per percorrere a ritroso lo stesso percorso dell’andata.

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El condor pasa

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Giorno 619.

Un’ombra oscura il cielo. Vola, la folla trattiene il respiro. Si lancia nel vuoto, dispiega le ali, poi sfrutta la corrente e risale le pareti ancora in ombra del canyon. E’ un’alba fredda, limpida, e siamo tutti qui, coi piedi gelati e il sonno ancora negli occhi, in trepidante attesa del primo tuffo del mattino. Il Cruz del Condor e’ il luogo in cui questi giganti dell’aria nidificano. Un bagno di turisti si raduna ogni mattina per assistere allo spettacolo dei condor che si risvegliano e si lanciano dalle pareti della scarpata. Non sono timidi, ma si fanno attendere, aspettano che il soli scacci le ombre e l’aria si riscaldi per inaugurare una nuova giornata di caccia. Una squadra di donne in abiti variopinti, proveniente dai villaggi circostanti, ci intrattiene vendendo la propria mercanzia, sia essa uno scialle, una berretta, un succo di frutta o un piatto di ceviche che, assicurano con poca convinzione, essere di trota appena pescata nel fiume sottostante. I condor partecipano al business regalando a tutti i presenti uno volteggiare di emozioni. Fierezza, possenza, eleganza e dominio. Per due ore abbondanti, si inseguono sopra le nostre teste, planano in cerchi vorticosi, si tuffano nel loro elemento naturale, l’aria, abbandonandosi a lei senza alcuna fatica. Lo stesso spettacolo si consuma ogni giorno, e tutti vanno a casa contenti.

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Il Canyon del Colca spacca la terra come una ferita. E’ il secondo canyon più profondo del pianeta, una fenditura lunga 100 chilometri che precipita dalle Ande con un salto da brivido verso il letto del fiume, 1200 metri più in basso. Partiamo da Arequipa, una delle città più belle del Perù, con le sue strade ciottolate, le case bianche, le chiese coloniali ed i monasteri in pietra, in compagnia della spagnola Laura e di una coppia di francesi, Samuel ed Emilie, che curiosamente vivono a Briancon a pochi passi da casa nostra. Lungo la strada che ci condurrà al canyon, un paesaggio brutale e desolato si inerpica fino a 5000 metri, dove ci nevica addosso durante la pausa pipì. Incurante, scendo in maglietta e mi acquatto dietro un mucchio di sassi, ormai non mi spaventa più niente. Dall’altra parte si apre una valle ampia, con terrazze verdeggianti coltivate a quinoa che scendono dolcemente verso il Colca, il principale responsabile della formazione di questa meraviglia naturale. Quando inizia la spaccatura vera e propria, la strada si contorce come un serpente e l’autobus spicca il volo.

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A Cabanaconde, la base per le discesa nel Canyon, passiamo una notte breve e gelida. Al mattino ci si alza presto per andare a vedere i condor, al pomeriggio scendiamo verso il cuore della terra. Sono tre giorni di cammino nella polvere, gelidi all’ombra, roventi sotto il sole, attraverso un paesaggio arido e senza nemmeno un albero a fare da riparo. Il sentiero e’ incastonato nella roccia e scende a zig zag lungo la parete verticale del canyon, offrendone prospettive impressionanti. Al fondo, il miraggio di un’oasi di palme e piscine termali ci incoraggia come una ricompensa.

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Il sentiero e’ l’unico collegamento con il resto del mondo. Tutto passa da qui, rifornimenti, viveri, uomini e animali. Ogni tanto incrociamo qualche campesino che procede in direzione opposta, i più fortunati a dorso di mulo, la maggior parte a forza di gambe. Testa bassa, sacca in spalla e radiolina anni ottanta appesa a tracolla che spara musica a tutto volume. Perché pare che, insieme alle foglie di coca, sia il miglior antidoto contro la fatica.

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Se la discesa spacca le punte dei piedi, l’ascesa brucia grassi, polpacci, cosce, glutei. La gente dovrebbe venire qui gratis un mese all’anno per aiutare a trasportare generi di prima necessità, anziché pagare l’iscrizione in palestra. Tutti ne trarrebbero profitto. La parte peggiore della salita e’ che sai già esattamente quello che ti aspetta. Te ne rendi conto piano piano all’andata, mentre scendi leggero saltando tra i ciottoli, di quello che dovrai affrontare al ritorno, quando l’alto diventa basso e la vetta una meta irraggiungibile, avvolta nelle nuvole. L’alternativa è noleggiare un asinello, come fanno in molti, ma non saremo certo noi a pagare perché qualcuno cammini al posto nostro. La fatica e’ una sfida, fisica e psicologica, a cui tre mesi di Patagonia ci hanno forgiato. Quando non c’è la desideri, quasi ti manca, anche se mentre la affronti ti chiedi dove hai messo le gambe di ricambio…

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Tutto nasce da qui

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Giorno 612.

Due occhietti neri mi fissano e si nascondono. Affonda il viso nel collo di sua madre ogni volta che la sorprendo a sbirciarmi dall’altro capo della strada. Sono timidi già da piccoli questi boliviani e crescendo non migliorano. Si dice che la Bolivia sia il Tibet delle Americhe ed effettivamente i due paesi condividono molte cose, l’altitudine, gli altipiani desolati, le trecce nere e lunghe che pendono sotto i cappelli, le medesime facce cotte dal sole degli abitanti. Eppure c’è qualcosa di molto diverso nell’aria, sarà la religione, la cultura, la quinoa…però non basta, c’è molto di più. Non riesco a togliermi un vago senso di ostilità che traspare da questa gente così sfuggente e taciturna, che mi affascina, ma che ancora non posso capire.

Tra i volti della Bolivia, da quello impenetrabile della selva amazzonica ai bianchi deserti dei salares, il lago Titicaca e’ quello che più di ogni altro ricorda un angolo di Himalaya. Uno specchio d’acqua enorme, sorprendentemente blu, acquattato tra le vette delle Ande, giusto al confine col Perù. Questo e’ il luogo in cui tutto è’ iniziato, così si dice. Tradizione e storia si intrecciano col mito e trasformano questo mare ad alta quota in uno dei siti più mistici e rappresentativi della cultura indigena. Il lago prende il nome da una mitica isola che si erge come un pugno dalle acque, e che successivamente varrà ribattezzata Isla del Sol per aver dato i natali alle divinità fondatrici della città di Cusco e di tutta la dinastia Inca. Una specie di Adamo ed Eva andini ed il loro paradiso terrestre. Il mito vuole che sul fondale giacciano ancora antiche città perdute, ma nessun abitante dell’isola vuole davvero scoprire cosa c’è la sotto. Il lago è sacro e non si tocca, lo si rispetta perché rappresenta il luogo in cui la loro storia e’ cominciata.

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A Copacabana c’è festa. Musica stile cumbia tutta la notte, ubriachi ben vestiti per le strade scappati dalla città per un week end di follia, bancarelle con ogni genere di mercanzia. Una giovane coppia di La Paz, troppo socievole per essere sobria, insiste a tutti i costi per invitarci a cena in un fast food. Sono alticci, rubicondi e soffrono di una certa logorrea verbale. Non provo nemmeno a ribattere ed e’ inutile cercare di spiegargli il nuovo regime alimentare di mio marito. Ci lasciamo trascinare e finiamo intrappolati davanti a un pollo fritto con patate. Lui indossa un completo doppiopetto, sembra uscito da un matrimonio, lei un’elegante bombetta ed una gonna a pieghe di taffettà azzurro che la rende ancor più voluminosa. Quando afferra la mano di Avidano e in un impeto di euforia se la appoggia fra le tette, sgrano gli occhi e fisso il marito aspettandomi il peggio, ma lui non sembra farci caso. Ringraziamo educatamente e ce la svignamo alla svelta prima di venir irrimediabilmente coinvolti in una rissa da KFC.

La cittadina e’ minuta, graziosa, con una cattedrale che sembra più una moschea che una chiesa ed un belvedere che culmina con una croce, battezzato con fantasia Monte Calvario. A vederlo sembra una collina, ma lungo i consumati gradini di pietra che portano verso la cima la carenza di ossigeno si fa sentire e ci costringe a fermarci varie volte per riprender fiato. Gambe pesanti, cuore che scoppia, mani sudare. La vista da lassù spazia sul lago, in lontananza la costa peruviana. Il sole e’ fortissimo, l’aria rarefatta, la luce trasparente. Le acque stupende colorano di blu un paesaggio nudo e maestoso, fatto di vette altissime spruzzate di bianco e sponde selvagge. La Isla del Sol è la più grande del Titicaca, ma non la sola. La sua metà, la Isla della Luna, si erge a poca distanza e come una coppia di amanti separati si sfiorano senza toccarsi. Il positivo e il negativo, l’uomo e la donna, il sole e la luna, il grande e il piccolo, gli opposti che si guardano e si attraggono a quattromila metri sul livello del mare.

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Sull’isola il tempo si ferma. Luce abbagliante, silenzio accecante non fosse per il vento che batte forte sul paese. Il sole che nasce dalle Ande accarezza la finestra. Sgattaioliamo fuori all’alba. Alcuni gradini di pietra logori conducono a un sentiero ciottolato che si snoda fino alla sommità del paese. Ci inerpichiamo tra i vicoli addormentati, verso il cammino inca che percorre l’isola sulla cresta della montagna. Una coppia di alpaca color miele pascola nell’erba, tra terrazze minuziosamente coltivate a quinoa e patate da donne in gonna arcobaleno. Un bambino sbuca da una siepe pretendendo una propina per la foto ai suoi animali. Tiriamo dritti scandalizzati e fingiamo di non capire.

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Qualche minuto e siamo sul punto più alto dell’Isla del Sol. Ovunque, questo blu che colpisce come una mazzata, violento, strabordante, potente, che intrappola, il blu di questo splendido cielo di maggio riflesso in acque gelide e trasparenti. A nord-est, le Ande boliviane ricoperte di ghiaccio e neve, le stesse distese immense di roccia increspata che ci accompagnano ormai da mesi in questo viaggio. Le rovine sono solo quattro sassi, ma se penso che su questa stessa crosta brulla che stiamo calpestato è nata una civiltà, mi sento al centro del mondo.

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Alcune vecchie risalgono la spina dorsale dell’isola trascinando un mulo carico di ortaggi e legna, il volto scuro, brunito dal sole, nascosto sotto un cappello di paglia ed un fagotto colorato legato sulla schiena. Nelle tradizionali tovaglie a righe si trasporta di tutto, senza distinzione, alimenti, figli, piccoli animali. Il sole al tramonto tinge di rosa le pietre lisce e gli arbusti circostanti. Un asinello muto e ostile come i suoi padroni ci studia da lontano mentre la luce scompare. Fa buio in pochi minuti, e comincia a fare un freddo cane. Percorriamo la strada a ritroso mentre fa notte, la stessa polvere, le stesse pietre, stavolta in discesa. La vita nelle case sembra andare a dormire seguendo i ritmi del sole. Non ci sono lampioni lungo il sentiero e di notte le uniche luci sono quelle della luna, delle stelle e qualche bagliore che proviene dalle finestre. E mentre lentamente l’oscurità ammanta l’isola, una dopo l’altra le greggi tornano agli ovili.

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