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Poli opposti

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Giorno 686.

Patna e’ sulla strada che da Calcutta ci porta in Nepal, verso le tanto agognate montagne, sconfitti per la seconda volta consecutiva da quello che ti sfinisce nell’India di oggi, l’eccesso di umanità, la dissenteria e i nuovi ricchi. L’idea era quella di andare altrove, ad esempio al Parco di Bandavgarh in cerca di tigri, oppure ai templi erotici di Khajuraho, ma il nostro treno e’ in ritardo di cinque ore, già in partenza, che significa muoversi dal formicaio umano della stazione di Calcutta alle tre del mattino, se va bene. Visto che non sono neanche le nove di sera, e l’idea di passare la notte sul pavimento dell’androne immenso di Howrah, sdraiati accanto ad un tombino, non ci entusiasma, passiamo al piano B. Lasciare il paese nel modo più indolore possibile, comprando due posti cuccetta verso la prima città disponibile, perché mica puoi andare dove vuoi, i treni indiani sono sempre pieni. La meta si rivela essere tale Patna. Il cambio in corsa del biglietto regala uno di quei momenti surrealmente tragicomici che solo in questo dannato paese possono accadere: ci sono tutti gli ingredienti, dal peregrinare sconclusionato da un ufficio all’altro per cancellare il biglietto vecchio, al manifestarsi di un salvatore sotto forma di anonimo ispettore delle ferrovie che mi aiuta a farlo, dall’impiegato che mi chiude in faccia lo sportello dieci minuti abbondanti prima dell’orario ufficiale di chiusura, alla rissa che nasce quando qualcuno cerca di saltare la fila, sedata dall’intervento tempestivo di un poliziotto che prende a scudisciate il primo malcapitato, del tutto estraneo al pandemonio iniziale. Poi miracolosamente partiamo ed il tempo per pensare come sempre si dilata: l’India, a raccontarla quasi non ci si crede, come se tutto accadesse su di un altro pianeta.

Di primo mattino, poco prima di entrare in stazione, il nostro treno viene accolto da un lancio di sterco di vacca. Alcuni ragazzi affacciati tra un vagone e l’altro, la ricevono in pieno sui vestiti. Come faranno ad entrare a scuola o al lavoro e’ un mistero, ma va detto che non la prendono nemmeno troppo male. Uno schizzo sfiora anche me, su un piede, e visto che in confronto è poca roba evito di lamentarmi, abbozzando un sorriso di circostanza.

Patna e’ uno di quei posti in cui verresti a vivere soltanto se ti puntassero una pistola alla tempia. E forse nemmeno in quel caso. Meglio morire, e finire di soffrire, piuttosto che passare qualche giorno nello squallore della capitale del Bihar, lo stato più povero ed arretrato dell’India. Qui la modernizzazione del paese ha lasciato solo uno strascico del rinnovamento che, in un modo o nell’altro, stanno vivendo i centri principali, come Mumbai, Delhi e Calcutta. Inquinamento, povertà estrema dovuta ad un urbanizzazione selvaggia dalla campagna, edifici già derelitti prima ancora di essere terminati. Insomma, la tipica sensazione che ci sia appena stata una guerra atomica e nessuno te l’abbia detto, quella che ti prende ogni volta che sbarchi in India. Che non ci sia niente di allegro in giro lo capisci dalle masse di straccioni che salgono sul nostro treno, il lercissimo Himgiri Express, mentre faticosamente si avvicina alla città. Ciechi, storpi, baba sfigati, madri bambine seguite da piccoli sporchi, scalzi, con mezzo metro di muco al naso, mendicanti di ogni genere ci sfilano davanti mentre attraversiamo interminabili periferie di spazzatura ed edifici cadenti. Alla stazione, un uomo morente ci accoglie tra gli spasmi, il volto schiacciato a terra ed il corpo ricoperto di mosche, nell’indifferenza più assoluta. Ci chiediamo che razza di uomini siamo per riuscire a permetterlo, ma andiamo avanti lo stesso, alla ricerca di un risciò che ci porti al riparo nel nostro albergo, uno dei più sopravvalutati della storia.

Guadagniamo la pace estemporanea della nostra camera non prima di aver affrontato un intero corteo politico in parata. La polizia ci blocca il passaggio, finché il nostro risciò-wallah gli urla qualcosa che incredibilmente riusciamo a capire del tipo: “non vedi che ho degli americani a bordo?”. Inutile provare a contraddirlo per spiegargli le nostre origini latine. Le acque si aprono davanti agli Ameriki e finalmente la porta della nostra stanza si chiude sull’inferno. Siamo stanchi, tristi e sporchi, e per oggi va bene così. Forse solo una tappa a Bodhgaya, il luogo dell’illuminazione del principe Siddharta Gautama, in arte Buddha, ci può salvare.

La città del Buddha non e’ lontana. In realtà è un susseguirsi di templi costruiti dalle principali comunità buddiste dell’Asia: c’è quello Thai, quello Bhutanese, Cinese, Giapponese, Nepalese, Tibetano, ecc. Circondati dalla solita frenesia indiana, e non solo, di trasformare tutto quello che porta turisti in un mercato a cielo aperto di servizi e beni pressoché inutili, ci infiliamo a piedi nudi nel tempio scartando il maggior numero di escrementi possibile. L’interno e’ curato, silenzioso, nonostante il brusio delle preghiere che ruota in senso orario. Per quanto l’esperienza generale perda un po’ di intensità a causa del circo in cui è incastonata, l’atmosfera vicino al tempio principale, quello adiacente all’albero dell’illuminazione, si rivela piuttosto suggestiva. Si dice che l’albero attuale derivi da un piantino di quello originale, trapiantato in Sri Lanka per sfuggire alle devastazioni degli invasori musulmani che imperversavano nell’India Settentrionale circa mille anni fa. Che sia vera o meno, la teoria affascina e noi ci crediamo. Una piccola folla compete per raccogliere le foglie che cadono, una specie di corsa al rallentatore nel giardino della pace. I più fortunati si portano a casa un mazzetto sacro di clorofilla ingiallita, e Giulia ovviamente è tra loro. Passeggiando tra i giardini ci interroghiamo su come sia diversa l’atmosfera nei templi buddisti rispetto a quelli indu’. Tanto sono rilassanti, pacifici e meditativi i primi, quanto sono frenetici, caotici, incomprensibili i secondi. Due filosofie religiose e di vita agli antipodi, che nascono una dalle costole dell’altra… 

        

Una volta nella vita

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Giorno 413.

La follia ci coglie in pieno al ritorno dal Pangong Tso. Ci siamo appena sciroppati sei ore di strada sterrata e burroni sotto la neve, ma appena arrivati a Leh, il vento ha spazzato via le nuvole, così si prospetta una fantastica stellata. Decidiamo seduta stante di preparare i bagagli e partire immediatamente per Manali. Fa freddo e non ne possiamo più. Abbiamo voglia di scendere un po’ di quota, così contrattiamo due posti su una jeep che ha visto tempi migliori, e gomme assai più nuove, e in meno di due ore siamo di nuovo in viaggio. La strada che collega Leh con Manali, nello stato dell’Himachal Pradesh, ha tutte le caratteristiche per essere considerata una delle più belle del mondo, di quelle che vanno percorse almeno una volta nella vita. Sono 480 chilometri di altissima montagna, con tre passi sopra i 5000 metri ed uno di poco sotto, a 4900. A 60 chilometri da Leh, e per ben 250 chilometri, non si incontra più nessun insediamento umano permanente, solo qualche sparuta stazione di sosta, un mucchio di capanne in legno e lamiera.

Comunque partiamo, di fretta e di notte. Forse non e’ stata la decisione migliore, ma in questa stagione nessuna jeep viaggia ancora di giorno, gli autobus ufficiali hanno interrotto il servizio oltre un mese fa, la strada e’ ufficialmente chiusa da cinque giorni e gli autisti hanno paura di rimanere bloccati qui per l’inverno. E noi più di loro. Sulla jeep siamo in otto, compreso l’autista ed il suo poco utile aiutante. Dietro di noi, un’opulenta coppia di stagionati turisti del Karnataka, uno stato del sud dell’India dove le temperature non scendono mai sotto i 25 gradi. Sono come due stalagmiti a grandezza umana, ricoperti da tutto il possibile. Ma non basta, perché un momento prima di partire scartano un grosso pacco ed estraggono dal cellophane una coperta di vero pelo di yak comprata nuova di zecca per l’occasione. Ci si avvolgono dentro, mentre coi nostri miseri pile consumati li guardiamo allibiti. Temo che non ce la faremo a superare la notte.

Dopo poche ore apprendiamo che il riscaldamento non funziona. Proviamo con la tattica del bue e l’asinello, ma la condensa si ghiaccia sui vetri. Fa un freddo schifoso. Per fortuna la luna piena ci regala paesaggi incredibili ad ogni curva, dietro ad ogni tornante. Almeno a me, dato che Giulia se la dorme beata, o forse è semplicemente caduta in ipotermia. Ho sempre invidiato questa sua capacità di dormire ovunque. Io invece passo la notte vigile come un cane da guardia, tenendo sotto controllo il precipizio, le dita dei piedi in via di congelamento e soprattutto l’autista, perché la strada e’ terrificante ed ogni curva potrebbe essere l’ultima. Il poco utile aiutante nel frattempo dorme di brutto. In mezzo al nulla ci fermiamo per un the, all’aperto, a meno non so quanto…per riscaldarci bruciamo scatole e copertoni dentro un bidone di ferro, come le prostitute sull’Asti-Alba. Anche qui ci sono i camionisti, ma dormono semi-ibernati nell’abitacolo. Dubito che vorrebbero un po’ di sesso.
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Dopo interminabili ore, e’ quasi l’alba, il pilota decide che non ne può più, deve schiacciare un pisolino. Abbatte il sedile e crolla all’istante. Meglio così, ma io resto l’ultimo a vegliare, combattendo contro il freddo che mi paralizza i piedi come un panchinaro d’inverno. Poi finalmente albeggia e si riparte. Siamo sopravvissuti al gelo della notte ed alla parte più difficile del percorso. La luce del sole ci regala l’incredibile ironia del BRO, ovvero Border Roads Organization, l’ente che si occupa della manutenzione delle strade Himalayane di confine: ad ogni curva fioriscono cartelli con scritte inverosimili, tutte con l’obiettivo sacrosanto di invitare alla prudenza alla guida, dato che su queste strade e’ un attimo finire all’altromondo.

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Le frasi più divertenti del BRO, rigorosamente in Indo-english…
Speed thrills but kills
Alchol speed and overload, three enemies of the road
No race no rally, enjoy the beauty of the valley
Better late than never
Driving faster cause disaster
Stop accidents before they stop you
Drive like hell and you will be there
I’m courvaceous, be gently
If married with speed, divorce it
Don’t be a gama in the land of the lama
Fast won’t last
Accidents hurt, safety doesn’t
After whisky driving risky
Safety and speed never meet
Hurry and worry go together
If you sleep your family will weep
Be Mr Late, no late Mr

Scavalliamo l’ultima difficolta, il Rhotang La. Gia’ il nome tibetano dice molto, “mucchio di ossa”, per indicare i tanti che ci hanno lasciato le penne nel corso dei secoli, specie in situazioni di mal tempo. Ma per fortuna oggi c’e’ il sole. Rischiamo quasi un frontale facendoci largo tra le centinaia di jeep di turisti indiani, saliti fin qui dal lato opposto della valle per provare l’ebbrezza di una gita a dorso di mulo in 5 centimetri di neve. Qualche temerario si da’ al parapendio, altri allo pseudo-sci. Tutti però indossano una tuta intera a noleggio, molto anni ottanta. Noi proseguiamo, e dopo venti ore di freddo e fatica sbarchiamo a Manali. Una volta nella vita.

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Love Boat

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Giorno 312.

“La prima classe costa mille lire,
la seconda cento, la terza dolore e spavento
e puzza di sudore nel boccaporto
e odore di mar morto…”
Titanic – Francesco De Gregori.

La barca dell’amore si chiama Wilis ed e’ la punta di diamante della Pelni Boat, la compagnia di bandiera che zigzaga sugli spicchi di mare tra le varie isole dell’arcipelago. Il servizio funziona a singhiozzo, nel senso che i traghetti sono vecchi rottami galleggianti e le tratte sono coperte con una certa imprevedibilità, visto che spesso le barche non partono o si rompono lungo il percorso. La nostra nave e’ attesa per le sei del pomeriggio, ma come tutte le grandi star farà la sua comparsa solo molto dopo mezzanotte.

Ci presentiamo puliti e puntuali al porto, insieme a Sam e Sebastian, ed un un altro migliaio di persone e scatoloni in partenza. Mostriamo il nostro biglietto, posto ponte ovviamente, perché cerchiamo sempre un po’ di risparmiare e una volta a bordo, ci hanno detto, si possono addirittura noleggiare dei comodi materassini per dormire dove capita. Nell’attesa finiamo stipati nel cortile di un grande edificio adiacente all’imbarco. Aspetteremo lì sei ore, seduti sull’asfalto, in una serata estiva di caldo e zanzare. Sembra come prima di un concerto, con la gente accucciata per terra e gli ambulanti che girano a vendere bibite e panini. Ci facciamo un riso al pollo piccante ed un paio di stuoie di paglia per stenderci sopra la gambe, e mai acquisto si rivelerà più azzeccato.

Quando l’altoparlante dà l’annuncio, tutti scattano ansiosamente sull’attenti. La nave non si vede ancora ed anziché aspettare comodamente seduti, la ressa inizia già a spingere fremendo sul cancello. Le madri prendono in braccio i bambini, mentre io faccio appena in tempo a raccogliere borsa e stuoia prima di essere travolta. Mi appiccico in coda agli altri con un po’ di mal di stomaco e prego di non svenire nel caldo umido di centinaia di corpi compressi come sardine in una scatola. Passeremo così in piedi come allocchi quasi un’altra ora. Noi con lo zaino in spalla, qualcuno con uno scatolone sulla testa, altri con una gabbia di polli sotto il braccio o un figlio attaccato sulla schiena. I beni di valore vengono sollevati in alto e si suda tutti insieme nello sforzo.

Quando il traghetto fantasma si avvicina nella notte, ogni speranza abbandona il mio corpo. La situazione si manifesta in tutta la sua drammaticità, mentre una folla sempre più feroce ci trascina verso la bocca della nave. E’ chiaro che siamo troppi, mi chiedo come faremo a salire tutti e soprattuto come faranno i comodi materassini ad essere abbastanza per una bolgia infernale come questa? Ma i commissari di bordo, Caronti che tutto sanno sulla transumanza di uomini e bestie, urlano e imprecano contro le anime perse, e spingono la fila di dannati lungo i ripidi pontili, come abili mandriani alle prese col bestiame.

Quando riusciamo a posare i piedi a bordo non c’è già più nemmeno un buco libero, altro che materassini. Scaliamo la cima, un ponte dopo l’altro come gli anelli del purgatorio, fino a trovare un po’ di spazio sul tetto della nave, proprio accanto alla sirena, là dove escono i fumi neri dello scarico e nessuno vuole stare. Ma chi non si adatta crepa e anche i più schizzinosi non possono dormire in piedi come cavalli, così nel giro di dieci minuti anche i posti con vista ciminiera vanno a ruba. I più intraprendenti scalano le scialuppe di salvataggio, occupandole per la notte come piccole dependance. Li guardo con un filo di invidia, se la nave affonda almeno loro sono già pronti.

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Finiamo incastrati in uno schema di Tetris, però noi siamo i pezzi in basso, quelli che sai già che non riuscirai mai a togliere dallo schermo. Ma ormai siamo in ballo e balliamo, anche se le prossime quindici ore si prospettano infernali. Ci buttiamo sulle nostre preziose stuoie, unico confine che ci separa da un pavimento blu a macchie nere luride. Ci schiacciamo vicini vicini sul tetto unto e duro, e attendiamo la partenza, come se ciò potesse migliorare la nostra situazione. Quasi non parliamo, siamo tutti un po’ shoccati dalle discutibili procedure d’imbarco in cui siamo stati coinvolti. Penso agli immigrati sui barconi alla TV, guardo il cielo stellato attraverso la nuvola di fumo dello scarico e intensamente prego che non piova.

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La barca dell’amore salpa alle due di notte, con sole otto ore di ritardo. Alle quattro del mattino ci scappa la pipi’ e cerco di raggiungere il bagno con Samantha. Ci impieghiamo venti minuti ad andare ed altrettanti a tornare. Dobbiamo scendere due ponti e affrontare il groviglio umano di corpi addormentati che tutto ricoprono come un tappeto di carne. Scavalchiamo i parapetti, aggrappandoci con mani e piedi alle ringhiere, mentre sotto di noi scrosciano le onde scure. I bagni sono qualcosa che non si può descrivere con parole umane, l’aria e’ irrespirabile, umida e odorosa. La gente orina negli angoli, l’acqua esce bollente. Raggiungiamo di nuovo i nostri posti che e’ quasi l’alba e appena mi ricorico, sento in agguato il mal di pancia. Al pensiero di tornare la sotto camminando sulla balconata mi metto a piangere come una fontana. Fede minaccia di rispedirmi a casa alle prime luci dell’alba, io singhiozzo inconsolabile e butto giù un Imodium per fare un po’ di tappo.

Alle sette del mattino il sole ci dà il buongiorno, battendoci alto sulla testa. La giornata già promette temperature infernali. Anche in mezzo al mare non soffia un filo d’aria, il pavimento in ferro sembra sciogliersi sotto il nostro peso e iniziamo a cuocere come petti di pollo su una piastra rovente. Non c’è ombra per nascondersi. Ripari di fortuna sbucano sul tetto come funghi, mentre cumuli di immondizia si uniscono alla corrente. Bottiglie piene di urina notturna giacciono abbandonate negli angoli della nave, i padroni almeno non hanno dovuto scalare due ponti nel cuore della notte appesi a una ringhiera. Il cibo e’ introvabile, le bibite esaurite, un unico rubinetto stilla un filo d’acqua calda per farsi una tazza di te o di caffè. Seguiamo la coda degli assetati nella pancia della nave, dove non gira nemmeno un filo d’aria condizionata e il sudore cola nei bicchieri alzati. Meglio affondare qui e subito, e almeno farla finita in fretta.

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Le macchie di grasso si incollano alla pelle e ai vestiti. Siamo neri e affumicati come una banda di spazzacamini in vacanza. Intorno a noi si vede solo acqua, ma intanto crepiamo di caldo. Cerchiamo di ingannare la mente per liberarci dalla calura. Pensiamo alla neve, al gelato, al ghiaccio. Io vorrei tanto avere un Calippo. Quando veniamo accontentati, un’acquazzone tropicale si rovescia sulle nostre teste. Annaffiati dalla pioggia, pranziamo a cracker e patatine, Fede scova una scatola di tonno. La mangiamo con l’olio e tutto, con le dita unte e sporche. E poi finalmente terra fu. Un’ora prima del tramonto la barca dell’amore fa il suo ingresso trionfale nell’agognato porto di Ende, sull’isola di Flores. Per noi turisti fai da te rimarrà un viaggio indimenticabile, attraverso tutti i sette inferi, altro che Costa Crociere…

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Lo Sponsor

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Giorni 288-292.

Lasciamo Bukit Lawang sorridenti e fiduciosi, direzione Medan dove ci aspetta un aereo per Jakarta. Abbiamo ancora alcuni giorni sul visto, per cui non ci preoccupiamo. Siccome il volo e’ in tarda serata, decidiamo di prenotare per tempo una camera in città. Scegliamo un ostello tranquillo appena fuori dal centro. Ancora non sappiamo che starà per iniziare una spirale perversa di inconvenienti, incomprensioni ed errori che ci porterà a vivere una settimana piuttosto movimentata. Appena arrivati in ostello infatti scopriamo con orrore di non essere attesi. Spiacenti, fully booked. Pare che una dipendente stordita abbia cannato la data della nostra prenotazione, quindi non vedendoci arrivare hanno dato via la nostra camera. Usciamo inviperiti nella notte, sbattendo rumorosamente il cancello. Perfetto, sono quasi le due del mattino, siamo in una delle megalopoli più grandi dell’Asia e non sappiamo dove andare a dormire. Prendiamo un taxi e ci facciamo portare nella via delle guesthouse economiche…siamo fortunati a trovare un posto decente, anche se ci sono dei lombrichi in camera, e la zona non e’ granché, con locali loschi e centri massaggio aperti fino a tarda notte…ci siamo capiti…

Il giorno seguente lo dedichiamo alla visita dello studio di Durga, un tatuatore locale piuttosto famoso da cui vorremmo farci decorare un po’ il corpo, ma purtroppo in questi giorni non ha posto ed inoltre e’ parecchio più caro di quello che ci aspettavamo…meglio pensarci sopra ancora un attimo, casomai ci si ritorna. Ma e’ mentre passeggiamo senza meta lungo il bazar delle cianfrusaglie pseudo-antiche, che il mio cervello viene attraversato da un fulmine che mi fa sudare freddo….cazzo il visto!! Mi sono appena reso conto che il tempo stringe, la burocrazia per queste cose può essere lenta e complicata ed il weekend si avvicina…così dopo un attimo di panico decidiamo di correre all’ufficio immigrazione più vicino per avere informazioni. E’ chiuso, ma riapre alle due…quando ci presentiamo alla reception veniamo gentilmente rimbalzati, non si entra con pantaloni corti ed infradito, e poi Giulia ha addirittura le spalle scoperte, orrore!! Inizio a sentire qualcosa nello stomaco che mi dice che le cose saranno più complicate del previsto. Tornare a cambiarci e’ escluso, dovremmo attraversare mezza città e l’ufficio chiude alle quattro, troppo poco tempo…così iniziamo a chiedere alle signore che cucinano il nasi goreng sulle bancarelle fuori dall’ufficio se hanno una maglietta da prestare a Giulia, perlomeno lei potrà entrare…alla fine ce ne procurano una, dietro piccolo compenso ovviamente, così dopo aver aspettato mezz’ora sotto un sole cocente, riusciamo a superare i controlli, ed almeno uno di noi e’ dentro…

Le brutte notizie non tardano ad arrivare, perché rinnovare il visto e’ facile, ma si deve avere uno sponsor…avevo letto qualcosa su internet, ma da quello che avevo capito dipende un po’ dagli uffici, non esiste una legge chiara che valga per tutti. Comunque, in questo ufficio niente da fare, senza qualche amico indonesiano che garantisca per noi non ci estendono il soggiorno. Perfetto. Torniamo in ostello e mi dedico ad una ricerca approfondita su internet. La questione dello sponsor emerge in tutta la sua assurdità su vari forum di viaggio: in alcuni uffici non e’ richiesto, in altri basta presentarsi con il primo pirla preso per strada che sia disposto a firmare due carte per te, in altri uffici addirittura non sono disposti a rinnovare il visto nemmeno se ti presenti con Maometto in persona a farti da garante…e non solo, nello stesso ufficio a volte il trattamento dipende dall’ufficiale in carica in quel momento. Una vera roulette russa insomma… Comunque Jakarta, secondo le esperienze di altri viaggiatori, non sembra il posto migliore in cui cercare fortuna…leggo in giro che alcuni ci sono riusciti senza inconvenienti nella città di Solo…e’ nel nostro itinerario, ma a dodici ore di bus…oppure 50 minuti di aereo, se riesci a trovarne uno economico per il giorno successivo…in questo caso siamo fortunati, ed il mattino dopo siamo in volo…un po’ preoccupati perché e’ mercoledì ed il visto ci scade sabato, ma siamo ancora fiduciosi.

Appena sbarchiamo a Solo ci fiondiamo all’ufficio immigrazione, con zaini e tutto…le cose sembrano mettersi bene, un ragazzo gentile ci spiega che ci vuole si’ uno sponsor, ma che va bene chiunque, anche un dipendente della nostra guesthouse. Ci dice quindi di tornare nel pomeriggio appena ci siamo sistemati, di portare con noi il nostro nuovo amico, ed in due giorni la pratica e’ archiviata…bene, le cose si mettono bene. Ci sistemiamo in un alberghetto del centro, convinciamo il proprietario a farci da garante, lui si lava si cambia e si profuma, perché sa come funzionano gli uffici governativi nel suo paese, ed alle due in punto siamo di nuovo in pista con tutti i nostri documenti, pronti ad affrontare nuovamente il leviatano. Ci accorgiamo che l’ufficiale in carica e’ cambiato, adesso c’è un cicciotto piuttosto giovane con la faccia da leccaculo…in fronte ha scritto a caratteri cubitali PIANTAGRANE… Lo stronzetto inizia a tirare fuori ogni genere di scusa malsana, che il nostro visto non e’ estendibile, che il nostro sponsor non va bene, che non siamo nel database e balle varie…io inizio ad indispettirmi, perché ho studiato come funziona e capisco di trovarmi di fronte al classico burocrate ottuso che vuole far bella figura con il capo per la propria inflessibilità. Contro ogni logica ed ogni regola, respinge la nostra richiesta e ci invita poco cortesemente a lasciare l’ufficio. Non mi faccio allontanare dalla security prima di aver espresso chiaramente cosa penso di lui, cioè che e’ un idiota che non sa le regole e che non sa fare il proprio lavoro… Giulia e lo “sponsor” mi guardano terrorizzati, già mi vedono sbattuto in qualche cella indonesiana…per fortuna non succede, e vengo solo allontanato in malo modo.

Sono incazzato nero. Ma il tempo stringe, urge trovare una soluzione. Ormai non possiamo più rinnovare in tempo, con il maledetto weekend che incombe, per cui siamo costretti a lasciare il paese. Tornare di nuovo a Kuala Lumpur o Singapore non ci garba, e poi quei voli costano un occhio..ad un certo punto ho un’illuminazione: Timor Est. E’ da qualche anno uno stato separato dall’Indonesia, e scopro che ci sono voli economici da Bali…solo che dobbiamo raggiungere Bali e sforare il visto di un giorno…pagando una tassa questo non dovrebbe essere un problema, per cui prenotiamo un bus notturno ed il pomeriggio seguente siamo in viaggio per l’isola del surf. Qui passiamo un pomeriggio in spiaggia a farci massaggiare dalle mani sapienti di una signora, ed il mattino dopo siamo di nuovo in ballo, destinazione Dili, la capitale della neonata Repubblica di Timor Leste.

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Paghiamo 20 profumati dollari di multa per l’overstay, e ci sistemiamo in aereo, dai che forse e’ andata. Ma ci sbagliamo. Mentre siamo in volo il tempo volge al peggio, una tempesta tropicale in piena stagione secca ha investito la regione, l’aeroporto di Dili e’ inagibile per cui siamo costretti ad una sosta d’emergenza a Kupang, nella parte indonesiana dell’isola di Timor. Giulia e’ terrea, già in volo alle prime turbolenze mi supplicava di farla scendere, come se fosse facile. Quando atterriamo e’ finita, si impunta e inizia a dire che lei su quell’aereo non avrebbe rimesso più piede e via dicendo…le ricordo che siamo in uno spazio internazionale senza visto, un po’ come Edward Snowden, e che in qualche modo siamo obbligati a risalire. Quando finalmente il tempo sembra migliorare, mi sembra ragionevolmente rassegnata… Si riparte, la spingo sulle scale mentre chiedo lumi a un attendente. Questo mi dice che non dovrebbero esserci problemi, di regola la visibilità minima richiesta e’ di 10 km, al momento siamo solo a 6 km, ma il pilota si sente coraggioso… evito di comunicare a Giulia questo piccolo dettaglio…..

Aspettando la neve…

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Giorno 128.

Marco e Daniela sono due campioni, di quelli veri. Sono i primi che incontro in carne ed ossa e mi fanno una certa impressione. Lui è rasato, con bicipiti alla Braccio di Ferro ed ha tatuaggi bellissimi su tutto il corpo. Si è classificato quarto ai campionati mondiali di Thai Boxe ed oggi e’ allenatore della nazionale. Lei ha capelli cortissimi, piercing e due rose del Borneo tatuate sulle clavicole che sottolineano la sua femminilità sportiva. E’ stata campionessa europea, sempre di Thai Boxe. Ma non lo dicono, non si vantano come faremmo noi italiani, perché loro sono svizzeri, mica comuni tamarri. Lo scopriamo solo dopo due giorni di frequentazione e rimaniamo letteralmente a bocca aperta. Ancor di più quando ci raccontano che la notte di capodanno il loro bungalow e’ bruciato insieme ad altri dieci a causa di un fuoco d’artificio sbilenco, lanciato dallo stesso proprietario della guesthouse, che in una sola notte ha perso tutto.

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Ci incontriamo appena entrati in Cambogia, all’incrocio dove l’agenzia di viaggi che detiene il monopolio dei trasporti con il Laos lascia i derelitti che attendono la coincidenza per Banlung, non prima di averli spennati con prezzi quasi europei. Aspettiamo per quattro ore in qualche luogo imprecisato in mezzo alla campagna cambogiana, dove l’unico passatempo per i locali pare essere il gioco d’azzardo. E proprio qui, nel bel mezzo del nulla, si materializza l’immagine più surreale ed indimenticabile di tutto il viaggio. Un bambino di neanche un anno viene trascinato avanti e indietro dalla madre, seduto dentro una slitta improvvisata, ricavata in una tanica di plastica. Un pezzo di cartone che funge da schienale lo aiuta a tenere la posizione e ogni volta che la povera donna si ferma lui irrimediabilmente piange. Nulla sarebbe se non fosse che in mezzo a quella strada ci sono trenta gradi all’ombra, rendendo l’idea della slitta quantomeno insolita ed il pigiamino trapuntato a fiori della donna decisamente fuori luogo, oltre che scoordinato.

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Quando finalmente l’autobus si manifesta ci trova rapiti dal gioco dell’oca in cui duellano all’infinito i pigri personaggi che popolano il crocevia. Le tre ore di viaggio che ci restano si rivelano un vero massacro. I mezzi di trasporto cambogiani fanno quasi rimpiangere i pick- up laotiani, per quanto strapieni di verdura e galline. Solitamente ci sono due bocchettoni per l’aria condizionata, puntualmente rotti, che come voragini ti sparano sedici gradi di ghiaccio proprio sopra la testa. A questo si aggiunge la tremenda musica pop scagliata a tutto volume, con tanto di videoclip artigianali che girano sullo schermo a ciclo continuo, contro cui non ci sono rimedi, nemmeno i tappi. Ma questa volta ci toccano pure i sedili di seconda classe, quelli che quando il bus e’ già pieno si ricavano infilando nel corridoio centrale dei minuscoli sgabelli di plastica, senza schienale e con le gambe talmente molli che ad ogni sobbalzo collassano sotto il tuo peso. Mi rannicchio su me stessa come una foglia secca, con la testa che ciondola in mezzo alle ginocchia e cerco di auto ipnotizzarmi, ma non riesco a dimenticare di aver pagato 24 dollari per questo sgabello.

A Banlung cercano di rifilarci due biciclette al tetano senza freni e senza cambio. Ci rifiutiamo categoricamente e ci avviamo verso il centro a piedi in cerca di un altro mezzo di trasporto. Troviamo due gazzelle in discrete condizioni con cui raggiungere il Boeng Yeak Laom, a pochi chilometri di distanza. Il lago, perfettamente circolare, sorge al centro dell’antica caldera di un vulcano ormai estinto, immerso in una vegetazione punteggiata da enormi alberi dal tronco bianco e pallido come la neve. Qua e la sono disseminati cartelli che suscitano la nostra ilarità: si affitta di tutto, dalle stuoie alle capanne per allestire picnic, ma i piu curiosi sono quelli che esortano gli avventori a non raccogliere o giocare con le mine! Le sponde rimbombano di risate e grida di bambini. Siamo finiti qui durante uno dei tre giorni di festa nazionale indetti ogni anno in occasione della liberazione del paese dal terribile regime degli Kmer Rossi, avvenuta il 7 gennaio 1979, ed il lago con le sue acque immobili e cristalline e’ una delle mete preferite per le gite fuoriporta. Facciamo un tuffo da un pontile isolato, ma subito si raccoglie intorno a noi una piccola folla di curiosi, forse richiamati dalla vista dei bagnanti occidentali. Cerco pudicamente di avvolgermi nel pareo fiorato per non attirare troppo l’attenzione, ma anche così la nostra pelle candida da’ parecchio nell’occhio. I cambogiani fanno il bagno infilati dentro giubbotti salvagenti catarifrangenti, sotto i quali sono completamente vestiti.

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Manco a dirlo, sulla via del ritorno, Fede buca per l’ennesima volta la gomma della bici. Arranca in salita, avvolto in una nuvola di terra rossa. Arriviamo in città al tramonto con i piedi più sporchi che si siano mai visti e non riesco a scacciare il sospetto che su di lui aleggi qualche sorta di malocchio.

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