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Paragliding!!!

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Giorno 697.

La sensazione è quasi di pulizia, spazio, freschezza. Sarà l’aria mite della sera fra i capelli bagnati dopo una tanto desiderata doccia, l’assenza di auto strombazzanti o la novità di un paese sconosciuto, ma siamo pieni di aspettative. L’India e’ dietro l’angolo ma già lontanissima, nonostante i pochi chilometri che ci separano dal confine. La notte nepalese ci coccola dopo una lunga giornata di fatiche… Ma non fraintendiamo. L’India resta un paese meraviglioso, forse il più affascinante e sconvolgentemente interessante che esista al mondo. La sua squallida bellezza ti resta appiccicata addosso, per sempre, e sai che non te ne libererai mai completamente. Però, a volte, e’ semplicemente troppo.

Salutiamo una Varanasi ancora addormentata alle quattro del mattino. Il giapponese che è con noi si trascina dietro un trolley inquietante e fuori posto sui ghat stranamente deserti nella luce gialla dei lampioni. Il rumore delle rotelle si perde lungo l’ansa del fiume, un cane rovista tra i rifiuti e qualche baba dorme sui gradini come un mucchio di stracci dimenticati. Ci infiliamo in un vicolo del centro e ci dividiamo in cerca di un risciò a pedali che ci conduca trionfanti verso la stazione più trafficata del mondo. All’alba dell’ultimo giorno in questo paese dove si lotta per il diritto allo spazio vitale, ci accalchiamo sul binario numero tre con altri mille pellegrini, cullati dalla speranza di accaparrarci un posto in piedi su un treno stracolmo diretto verso nord. I più coraggiosi saltano al volo sui vagoni ancora in corsa, mentre uomini, donne e scatoloni spingono in ogni direzione. Il giapponese ce l’ha fatta nonostante il mostruoso bagaglio, lo vediamo sfilare da un finestrino, mentre noi, troppo educati e rassegnati per lottare, ci accodiamo tra gli ultimi a salire. Senza biglietto e con nessuna intenzione di pagarlo, perché contro l’India non puoi lottare ma certe volte almeno il film scorre gratis.

Un viaggio in piedi vicino ai cessi. Seguono due autobus ormai buoni solo da rottamare su cui attraversiamo le esalazioni della pianura che comincia a riscaldarsi sotto il sole di marzo. Compriamo frutta dal finestrino, contrattiamo un taxi per il confine che vaffanculo costa troppo e allora camminiamo. L’ultima fregatura ce la rifila l’ufficiale della frontiera: gentile turista devi cambiare qui tutte le rupie, come non lo sai? Gli agenti di cambio al di la’ del confine non accentano banconote tagli grossi (nel caso specifico mille rupie, l’equivalente di 15 euro). E noi ingenuamente lo seguiamo dall’amico cambiavalute che, complice sornione, alla fine gli rilascerà una lauta mancia. Ma va bene così, gli stringiamo pure la mano mentre ci beviamo anche questa. Forse abbiamo appena perso mezzo dollaro…Poi, dopo sedici ore di viaggio e di duecento dollari più leggeri (il costo di tre mesi di visto nepalesi), lasciamo il paese con un filo di sollievo. A due settimane dalla partenza, ci facciamo una birra. È la sera del mio compleanno.

Al mattino scopriamo a nostre spese che il Nepal e’ 15 minuti avanti rispetto all’India, e ingenuamente perdiamo l’autobus. Fortuna che in Asia ci sono sempre trasporti da ovunque per dovunque, così ne incastriamo due di seguito ed in poche ore siamo a destinazione. Tansen, che i locals chiamano anche Palpa, e’ un villaggio Newari piuttosto grande che se ne sta appollaiato sulla mezza montagna nepalese, in quella zona via di mezzo tra la pianura confinante con l’India e i piedi dell’Himalaya. Gente tranquilla, quasi timida in confronto alla sfrontatezza un po’ aggressiva dei vicini del sud. Ma si sa, la gente di montagna e’ di poche parole. Non così Man Mohan, il nostro ospite, un omino piuttosto anziano per il quale ogni scusa è buona per sfuggire alla moglie e rifugiarsi sul tetto a fumare sigarette e chiacchierare coi turisti, non troppi, che passano da queste parti. Ha addirittura fondato a sue spese un piccolo ufficio turistico gratuito, con tanto di mappe autoprodotte della zona e sentieri da lui stesso tracciati. Seguiamo i suoi consigli e il giorno dopo ci incamminiamo su un crinale per scoprire le montagne nepalesi coi nostri occhi. La giornata è tersa, all’orizzonte si staglia una grande fetta di Himalaya che riposa sotto la neve, scintillante ed imponente, nonostante la distanza che ancora ci separa. 

   

Due giorni di passeggiate e allenamento davanti allo scenario Himalayano e non stiamo più nella pelle. Decidiamo di avvicinarci alle montagne. Scendiamo a Pokara, la seconda città nepalese, che ci ingoia nel suo ghetto turistico spalmato sulla riva di un lago piuttosto melmoso, lontanissimo dal centro cittadino e dalla vita reale. Non comprendiamo a pieno tutto il potenziale di questa Gardaland ambita dai cinesi, che non vengono per camminare ma per comprare pashmine e cappellini nei centomila negozi di souvenir. Il lungolago trabocca di caffè, pasticcerie, ristoranti di ogni tipo ed etnia, centri benessere, agenzie di viaggi, kayak, paragliding, che snocciolano su lavagnette e cartelloni tutti i possibili percorsi Himalayani ed attività connesse. E ancora cinesi e neohippies reduci dal trekking che, dopo quattro giorni passati in montagna si atteggiano a sopravvissuti della traversata dell’artico a piedi…..Decidiamo di lasciare subito il posto, ma prima dobbiamo sbrigare le pratiche per entrare nella riserva dell’Annapurna.  

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L’ufficio che rilascia i permessi si rivela il più inutile della terra, non uno straccio di informazione, e solo dopo aver pagato la nostra quota, l’impiegato ci rivela che il Thorong La, il passo di 5400 metri che congiunge le due valli principali dell’Annapurna Circuit, e’ ancora chiuso per la neve, caduta abbondante quest’anno ed anche un po’ tardiva. Scusa perché non me l’hai detto subito? Lo sai che sono venuta qui già ieri e l’ufficio era chiuso mezz’ora prima dell’orario? Perché non mettete un cartellone fuori, come alle cabine degli ski-lift mettono il bollettino meteo della giornata? È l’unica informazione importante che dovreste indicare a caratteri cubitali e tu me lo dici dopo che ho pagato? Come fai a vendermi il biglietto di un circuito se a metà il percorso è tranciato? Inutili lamentele che rimbalzano contro un muro di gomma. Siamo gli unici in tutto l’ufficio a manifestare il nostro disappunto. 

Trattenuti gli istinti omicidi cambiamo programma, decidiamo di aspettare una decina di giorni e ci spostiamo verso Kathmandu. Lungo la strada ci fermiamo un paio di giorni a Bandipur, un villaggio ancora molto rustico, nonostante si stia aprendo al turismo, fatto di stradine ciottolate e case di legno tradizionali. Alloggiamo presso una famiglia in una stanza al secondo piano coi mattoni a vista, una scala di legno scuro ed un bagno lontanissimo, dall’altra parte del cortile. Girovaghiamo per il paesello e facciamo qualche escursione ai villaggi circostanti. L’atmosfera è ancora genuina, la gente ci guarda curiosa, i bambini piangono al nostro arrivo e le ragazzine ci regalano fiori senza pretendere caramelle in cambio. E tutti, ma proprio tutti, dalle vecchie di ottant’anni ai bambini di quattro, ci chiedono se siamo lì anche noi per il paragliding (quello che in Italia chiamiamo parapendio), il nuovo passatempo in cui si dilettano i turisti venuti in loco, attratti dalle ottime correnti d’aria prehimalayane e dalle viste grandiose. Dall’eccitazione che si vede in giro, capiamo che per i contadini nepalesi e’ un’attività del tutto sconvolgente, una magia di uomini e ali colorate che volano coi falchi, quasi come l’arrivo della televisione nelle case italiane del dopoguerra. Un bambino che avrà 3 anni, saltella sul tetto piatto di una casa, sventolando un sacchetto di plastica legato a un cordino a mo’ di paracadute e urlando a squarciagola il fantomatico anatema….. Paaaraaaagliiiidiiiing….. quasi abbiamo paura che si lanci di sotto, così a gesti cerchiamo di fermarlo, mentre una vecchia dalla casa di fronte ci guarda stupita….ma come, non lo fate anche voi Paaaaaraaaagliiiiiidiiiiing?  

   

  

    

 

Amazzonia

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Giorno 649.

Ecco, alla fine lo abbiamo ammazzato. Fede mi lancia un occhiata dicendo “E’ morto”. Guardo Cesar spuntare dalla fitta vegetazione che ricopre l’isla flotante. L’uomo corre, un ghigno diabolico dipinto sul volto. E’ scalzo, ricoperto di fango e formiche, un machete in una mano ed un laccio nell’altra. Quando sognavo di vedere un bradipo da vicino, non mi aspettavo che gli avremmo dato la caccia. Il povero animale, crollato a terra insieme all’albero su cui stava appollaiato, cerca ora di rialzarsi. Dimena le braccia nell’aria con movimenti di una lentezza esasperante. In un attimo Cesar lo afferra, lo lega per la vita e lo infila dentro la nostra canoa. Si mette al timone e io mi ritrovo con l’altro capo della corda tra le mani e l’ammonizione: “Occhio, perché sanno nuotare molto bene e cercherà di buttarsi fuoribordo”. Anche se gli scopi sono buoni, non posso fare a meno di sentire una certa violenza in tutto ciò. Erano giorni che lo cercavamo. Una femmina solitaria in attesa di compagnia sonnecchia dall’altro lato del fiume. Sono animali pigri, che hanno bisogno di un aiutino per incontrarsi. Una volta avvistato il giovane maschio, Cesar si e’ addentrato nella selva per catturarlo e l’unico modo si è rivelato abbattere l’albero a colpi di machete. Ne segue un crollo fragoroso, i rami più alti che sfiorano il bordo dell’imbarcazione da cui noi, spettatori ignari e allibiti, assistiamo alle operazioni di recupero del povero animale. Ora, a pochi centimetri da me, due occhi appannati mi guardano, come uno che si è calato un acido e poi gli e’ salito male. Ti capisco amico, davvero un pessimo viaggio per te. Speriamo almeno che le tue abilità di latin lover siano rimaste illese.

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Al villaggio di Puerto Miguel, a pochi chilometri dalla confluenza in cui il fiume Ucayali diventa Rio delle Amazzoni, siamo arrivati dopo cinque giorni di barca. Con Cesar, la nostra guida incontrata a Pucalpa, ci siamo imbarcati sul Bruno, il battello fluviale che scende fino a Iquitos, e che sembra aver visto tempi migliori. Manca solo la pala a vapore e sembra di navigare in un romanzo di Gabriel Garcia Marquez. Lungo il viaggio, che invariabilmente può durare dai cinque ai sette giorni a seconda delle condizioni del fiume e degli eventuali guasti, attracchiamo presso villaggi inghiottiti dalla giungla per scaricare persone, pollame, blocchi di ghiaccio e fare il pieno di banane. Alcune donne locali salgono urlando a squarciagola per guadagnare qualche spicciolo, offrendo frutta fresca e pesce grigliato ai viaggiatori stanchi di nutrirsi ad una mensa che ogni giorno distribuisce riso e pollo, pollo e riso. Inutile dire che fanno il tutto esaurito.

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A bordo si fa la doccia con l’acqua fangosa del fiume e si dorme tutti insieme, una fila di amache colorate che si sfiorano ondeggiando alla brezza notturna. Donne che allattano, bambini che scorrazzano, ubriachi notturni con radioline moleste sparate a tutto volume. Non c’è privacy, ma sembra che tutti ci siano abituati.

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La signora Dionisia, mia vicina di posto, può contarmi i nei sulle braccia o guardare nel mio piatto mentre mangio e lo fa senza alcun ritegno. Ha avuto nove figli e li ha partoriti tutti da sola. Solo cinque sono ancora in vita, ma nei villaggi gli incidenti e le malattie sono all’ordine del giorno e si accetta la vita con una buona dose di fatalità. La notte dormono in due, lei e il marito, nella stessa amaca. Due vecchietti stropicciati con le gambe intrecciate. Mi si stringe il cuore. La prima notte per sbaglio mi stendo in diagonale e infilo i piedi nella loro amaca. Non si lamentano anzi, l’ultimo giorno la signora finirà per rammendare i pantaloni sdruciti di Avidano e chiedermi una foto per mostrarla alle sue amiche del villaggio. Le regalo una fototessera vecchia di due anni con me coi capelli rossi e Avidano in versione Bin Laden. E’ tutto quello che ho, ma lei ne sembra entusiasta.

Poi ci sono i bambini, un gruppetto di coraggiosi che osa avvicinarsi agli stranieri e che finirà per monopolizzare le nostre giornate scandendone i ritmi tra un gioco e una canzone. Il piccolo Abhramcito, quattro anni di astuzia, chiamato “El Cholo” da sua sorella Esmeralda, simpatizza immediatamente per mio marito non mostrando alcun timore per la barba incolta che generalmente terrorizza i bambini locali. Li scoprirò dormire insieme nell’amaca, con il piccoletto che lo abbraccia e gioca con la sua barba ispida. Al momento di scendere un Avidano che trattiene a fatica il magone, si avvicinerà alla sua amaca per salutarlo. Da uomo a uomo.

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All’imbrunire sbarchiamo a Requena. Cesar ci carica sulla sua lancia, ma mancano ancora diverse ora di navigazione per raggiungere Puerto Miguel. Ci prepariamo ad una notte d’inferno, seduti sul fondo duro della barca, ma il nostro uomo non fa che sorprenderci. Stende un piccolo materasso ed in un attimo ci prepara un comodo giaciglio sotto le stelle. Scivoliamo nel fiume per tutta la notte. Ogni tanto Cesar spegne il motore ed abbandona la barca alla corrente per riposare qualche minuto. L’alba ci sorprende mentre galleggiamo in mezzo al fiume immenso, che sembra quasi un mare. Una famiglia di delfini rosati sguazza a pochi metri da noi.

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Il livello dell’acqua e’ ancora alto e allaga le terre circostanti creando un immenso pantano da cui spuntano isole galleggianti. La nostra casa-palafitta ci attende, con un milione di zanzare assetate di sangue e pesci grigliati a colazione. Deliziosi tra l’altro, perché si nutrono della frutta della selva che cade in acqua dagli alberi. Il padrone di casa, Raul, ci accoglie sulla porta con un coccodrillo appena catturato e legato come un salame. Per festeggiare il nostro arrivo, dice. Sua moglie Noemi lo prende in carico e ce lo servirà per cena, sapientemente affumicato.

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Passiamo le giornate tra i canali, sulla lancia di Cesar, per avvistare scimmie ed uccelli variopinti. La sera, armati di canne, andiamo a pesca nella boscaglia e tiriamo su qualche piranha per la cena. Anche se per i “sancudos”, le zanzare della selva, la cena siamo noi.

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La giungla e’ un posto da uomini. Le donne si sentono intimorite da tanta fitta umidità brulicante di vita. Loro invece tirano fuori qualche sopito istinto primordiale e si trovano immediatamente a loro agio nei panni del giovane esploratore. Cerco di adattarmi e farmi andar bene le tarantole che si aggirano in bagno, gli scarafaggi che infestano la lancia, e tutto il sottobosco di insetti che popola le rive del grande fiume e attenta alla mia quiete. Quando vengo trascinata nella nottata sotto le stelle da Cesar ed Avidano, piove a dirotto. Risaliamo il canale sotto il diluvio universale che disegna arcobaleni nell’aria. Campeggiamo sulla riva, un angolo umido e ombroso di mondo, dentro una foresta tanto fitta che le gocce di pioggia quasi non toccano il suolo. Un colibrì inzuppato si ripara nel suo nido sotto una foglia. Almeno lui si sente a casa. Cesar monta il campo e tende le reti immergendosi completamente nelle acque scure e ricche di sedimenti. Ma la pesca va male e consumiamo una cena frugale a base di zuppa di avena al cioccolato. La pioggia scrosciante ci toglie il piacere dei rumori della giungla, ma forse e’ meglio così. In compenso nella notte una strana resina rossastra cola dagli alberi sulla tenda, regalandoci un attimo di terrore al pensiero di qualche predatore affamato che sia aggira sopra le nostre teste. La mattina un cacciatore in canoa si unisce a noi per colazione. Sta risalendo il fiume, schioppetto in spalla, sulle tracce di una specie di tacchinella della selva. Fede, ormai vittima del richiamo della foresta, decide di accompagnarlo per un tratto. A me tocca sbaraccare il campo, avvolta in una nuvola di zanzare, con Cesar che impreca contro lo Shapshica, lo gnomo del bosco, che sembra aver fatto sparire il suo machete nella notte. E’ tutto molto primitivo, uomini a caccia, donne in cucina. Ma anche questa volta e’ andata, ora la casa palafitta mi sembra il miraggio di un hotel a cinque stelle.

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Riemergiamo alla civiltà dopo oltre dieci giorni di Amazzonia. Iquitos, una delle città più grandi del Perù, e’ piazzata sulla riva sinistra del Rio delle Amazzoni, in piena selva, quasi al confine col Brasile e la Colombia, ed e’ irraggiungibile via terra. Tutto si muove sull’acqua da queste parti, oppure in aereo. Il nostro volo per la costa ci attende, ma ci regaliamo un ultimo capitolo del libro della giungla visitando il mercato di Belem, una specie di Venezia amazzonica anche nota come il quartiere più malfamato della città. Definire il suo mercato colorito e’ un eufemismo. All’altezza dei più caotici e puzzolenti mercati asiatici, le bancarelle di Belem offrono un guazzabuglio di pesci esotici ricoperti di mosche, scimmie squartate, coccodrilli alla griglia, tartarughe strappate dai propri gusci con le uova e le interiora in bella mostra, larve fritte, cuori di palma, cortecce magiche e beveroni miracolosi. Fango dappertutto che risale sulle gambe e si mescola al ghiaccio che cola dagli scatoloni dove si conserva il pesce. Il machete e’ in assoluto l’oggetto più venduto. Normale, per chi deve aprirsi un varco nella foresta ogni volta che deve rientrare a casa. Una donna stende le sue frattaglie in bella mostra come una tendina, una bambina dorme sul bancone del macellaio e gli avvoltoi sui tetti attendono che scenda la sera per ripulire le carcasse. Per me e’ davvero ora di andare.

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Jesus (Cristo) si e’ fermato a Puerto Bermudez

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Giorno 638.

“In questo ostello non ci sono cucarachas!”…mi apostrofa così il proprietario della guesthouse, pretendendo una verifica della nostra stanza. E me lo ripete all’infinito. Tutto perché ho avuto la malaugurata idea di ironizzare sul fatto che ne abbiamo viste alcune, la sera prima, imperversare tra le nostre carote. Jesus, 67 anni, e’ quel genere di personaggio che sembra fuori dal mondo e dal tempo. Arcigno, burbero e scortese al limite della maleducazione, mi ricorda il mio amico Alex. Forse per questo inizio a volergli bene fin da subito. E mi sento ricambiato, a parte la questione degli scarafaggi certo…

Si e’ trasferito dai Paesi Baschi a Puerto Bermudez, un paesino sperduto sulle rive di un tributario del fiume Ucayali, che più a valle diventerà Rio delle Amazzoni, 15 anni fa, dopo una vita di viaggi e scalate. Non e’ sposato e vive da solo, conducendo la guesthouse con l’aiuto di una donna indigena che soffre di problemi di pressione, ed entrambi sono reduci da una settimana difficile a causa dell’esondazione del fiume. Fuori stagione, continua a brontolare Jesus…come del resto fa riguardo a tutto, dai peruviani che non hanno voglia di lavorare al governo che lo subissa di tasse perché “gringo”, fino agli americani che sono obesi perché mangiano fast food. Lui del resto mangia poco, fuma tre pacchetti di sigarette al giorno e si ingozza di aglio perché, dice, lo aiuta a contrastare gli effetti tossici del tabacco. Una situazione quasi degna di un romanzo di Gabriel Garcia Marquez. Però l’ostello e’ gestito con perfezione quasi maniacale, come dimostrato dal caos venutosi a creare dopo la scoperta delle cucarachas. Credo che se vivi solo per tanto tempo, con pochi contatti con l’esterno, diventa quasi normale focalizzare tutto sulla tua quotidianità, che per lui e’ il suo rifugio per pellegrini e viaggiatori in un angolo remoto del Sudamerica, in piena foresta amazzonica.

Già arrivarci da Cuzco e’ stata un’odissea di alcuni giorni, che ci ha visto attraversare angoli sperduti della Cordillera, dala zona super turistica del Macchu Picchu, alle cittadine misconosciute di Abancay, Andahuaylas, Ayacucho, Hunacayo, La Merecd. Strade dissestate, fiere di paese, chiese coloniali, compagni di viaggio curiosi e blocchi stradali sono stati la nostra quotidianità. Il giorno della finale di Champions League, abbiamo dovuto aspettare che finissero i supplementari perché qualcuno si degnasse di riaprire il tratto di strada asfaltato di recente e lasciarci passare.

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Ma ce l’abbiamo fatta senza precipitare nei burroni che si spalancavano paurosamente a pochi centimetri dalle ruote dei nostri autobus, e’ così siamo finiti a passare alcuni giorni con Jesus. Gli altri ospiti sono due ragazze, anch’esse basche, che però se ne vanno quasi subito, ed un francese di Briancon, ed e’ il terzo che incontriamo in poche settimane, che ha intenzione di scendere il fiume in kayak fino a Iquitos, vicino al confine con il Brasile. Quasi un mese di viaggio e una grande avventura che però lo rende titubante. Qualcuno gli parlato di fantomatici pirati fluviali e trafficanti di organi…quando siamo partiti noi, era ancora li’, non sappiamo come se la sia cavata, se sia sopravvissuto o se un suo rene si trova ora nel corpo di qualche americano danaroso e probabilmente obeso…

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Un giorno Jesus ci organizza un’escursione gratuita ad un villaggio degli indigeni Ashaninka che vivono nella zona, con un suo amico incaricato dal governo di portare sementi e combustibili agli uomini della selva. Risaliamo il fiume, e veniamo sbalzati indietro nel tempo in un mondo senza elettricità, con donne che si lavano nude nel fiume, pescatori, bambini che non la smettono di saltarci intorno mettendo in mostra eccezionali doti da piccoli funamboli. Mangiamo a lume di candela, incredibilmente non ci sono zanzare, e veniamo sistemati a dormire in una capanna direttamente sul pavimento. La sera guardiamo le lucciole ed ascoltiamo storie e leggende raccontate dal capo villaggio, il nostro ospite, che parlano di coccodrilli ed anaconde giganti mimetizzate tra gli alberi, che ti attraggono direttamente nelle proprie fauci, usando l’ipnosi. Ed altre più recenti e sicuramente vere, sui guerriglieri di Sendero Luminoso, un gruppo rivoluzionario inizialmente di ispirazione Marxista, che però con il tempo ha finito col trasformasi in un’associazione a delinquere dedita al traffico di droga ed a terrorizzare gli indigeni, per convincerli ad unirsi ad una lotta che non gli appartiene. Per fortuna il nostro villaggio e’ stato risparmiato dalle atrocità, ma ad altri e’ andata un po’ meno bene, finendo nel fuoco incrociato tra governo corrotto e rivoluzionari deviati.

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Da Puerto Bermudez iniziamo la nostra odissea nella selva Amazzonica. Mia moglie inizia ad odiarmi.

Paraty

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Giorno 462.

Con il cielo grigio e le nuvole basse, e’ un Brasile in bianco e nero. Le case coloniali della cittadina di Paraty, qualche ora a sud di Rio, si affacciano su stradine di ciottoli, mentre il tempo e qualche erbaccia hanno steso un velo umido sul loro antico splendore. L’esuberante energia di Rio ci sembra già lontana, il ritmo qui e’ tranquillo, tropicale, languido. E’ il Brasile che ti aspetti, quello delle palme e delle piantagioni, decadente, appiccicoso, che sembra quasi sfaldarsi a poco a poco sotto il tuo sguardo. Alcuni bambini di etnia guarani’ agghindati in abiti tradizionali, raccolgono lumachini tra i ciottoli, mentre dietro l’angolo le madri cercano di vendere qualche pezzo di artigianato locale ai pochi turisti che popolano il centro.

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Lentamente anche i parassiti intestinali, ultimo fantastico regalo dell’India, sembrano mollare la presa, per cui possiamo dedicarci al vagabondaggio lungo la costa verde, che si estende per duecento chilometri a sud di Rio. Le spiagge sono selvagge, battute da onde adatte al surf. A Trinidad raggiungiamo una piscina naturale, circondata da rocce granitiche che sembrano balene. Purtroppo non possiamo godercela più di tanto, perché il tempo fa schifo. Oppressi dalla cappa grigia, osserviamo i pochi surfisti cimentarsi nelle proprie cavalcate, seduti sulla spiaggia bagnata, come i cani d’inverno.

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Ci riscopriamo viaggiatori poveri. Il Brasile e’ un paese piuttosto caro, e in pochi giorni siamo passati dal poterci permettere tutto al dover contare i centesimi. In Asia infatti, i prezzi bassi ci consentivano camere doppie e tre pasti al giorno al ristorante. In Brasile questo si e’ trasformato in letti in camerata con bagno in comune ed un ritorno ai fornelli. Ci sbizzarriamo però cucinando pesce fresco e qualche piatto di pasta che scopriamo esserci mancato negli ultimi mesi. Condividendo la cucina con altri viaggiatori, scopriamo curiosi e non sempre ortodossi modi di preparare il cibo. Spesso ci troviamo a guardare inorriditi piatti di spaghetti terribilmente scotti, affogati in salse che il mio cane farebbe fatica ad ingurgitare. Di contro, notiamo una certa invidia negli sguardi dei nostri compagni di ostello, quando sforniamo manicaretti, che a noi sembrano normali, ma che per ragazzini del nord Europa, abituati a mangiare pastoni per maiali nelle loro stanze di studenti fuori sede, devono sembrare una ragione sufficiente per trasferirsi seduta stante nel nostro paese. Se non altro per un anno di Erasmus. La cucina italiana e’ famosa nel mondo, ma decisamente non è alla portata di tutti…

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Camel Fair

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Giorno 444.

Pushkar e’ una delle città più antiche e sacre di tutta l’India ed anche uno tra i luoghi più incantevoli e suggestivi che abbia mai visto. Letteralmente significa “nata da un fiore” e la leggenda narra che quando il mondo era ancora una palla deserta, Brahma il Creatore staccò un petalo dal divino loto su cui eternamente siede e lo lasciò cadere. Ove il petalo toccò il suolo si creò il lago di Pushkar, la prima acqua del mondo, un lago sacro senza fondo che oggi lambisce questa perla del Rajasthan ai margini del deserto.

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A Pushkar si trova l’unico tempio al mondo dedicato al culto di Brahma, che insieme a Shiva e Vishnu, incarna la trinità più venerata di tutto il vasto pantheon indù. Un po’ come il Buono, il Brutto e il Cattivo per i fanatici di Sergio Leone. E gli indiani, che sono grandi amanti dei record, non fanno a meno di ripeterlo ai visitatori in continuazione. Noi, per dispetto, il tempio non lo visitiamo, intanto la città e’ praticamente un santuario a cielo aperto. Ma la storia del povero Brahma e’ più o meno questa. Un giorno Brahma si preparava a celebrare un sacrificio in pompa magna sulle rive del lago, con una cerimonia alla quale avrebbe dovuto presenziare anche una donna. Per questo ruolo scelse la moglie, Savitri, che però in quell’occasione pensò bene di prendersela comoda, finché Brahma, stufo di aspettare, decise candidamente di risolvere l’impiccio scegliendo come nuova moglie Gayatri, una ragazza del villaggio. L’avventato consorte pago’ a caro prezzo le sue scelte lussuriose, perché quando la moglie lo scopri’ con le braghe calate, la solita scusa del “cara, non è quello che sembra” non basto’ a placare le sue ire. Savitri lo maledisse e giuro’ che il suo culto non si sarebbe mai praticato in nessun’altra parte dell’India, perché chiunque avesse costruito un tempio in suo onore sarebbe morto tra atroci sofferenze. Fu’ così che il creatore venne condannato all’oblio, con l’unica eccezione di Pushkar.

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Questa sua unicità fa si che ancora oggi tutto il villaggio sia considerato assolutamente sacro: ogni singola pietra, ogni angolo, soprattutto l’acqua torbida del lago senza fondo con i suoi 54 gradini. Un cartello ammonisce il visitatore affinché non si avvicini a meno di dieci metri dallo specchio con le scarpe ai piedi, paventando pene orribili nella prossima reincarnazione. I Bramini e i loro guardiani vegliano perennemente a caccia di miscredenti e turisti in contravvenzione cui finalmente possono gridare ogni sorta di improperi. Con una punta di compiacimento aggiungerei… Ci tocca girare con un metro. Anche il regime alimentare in paese risente della spiritualità del luogo. Il menù e’ rigidamente vegano, niente droghe, niente alcool, persino le uova sono bandite, e i ristoranti si ingegnano a venire incontro ai gusti dei turisti con croissant che sanno di pane e torte al cioccolato che si disfano solo a guardarle.

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In realtà noi a Pushkar c’eravamo già stati, e l’atmosfera magica e tranquilla dei ghat e dei palazzi bianchi che si specchiano nel lago era uno dei ricordi più intensi dell’India di dieci anni fa. Ma questa volta decidiamo di vivere un’esperienza completamente diversa, perché ogni anno, la settimana prima del plenilunio di Kartika, l’ottavo mese del calendario lunare Hindu, che cade di solito tra ottobre-novembre, si tiene la Pushkar ka Mela o Fiera di Pushkar, un avvenimento tra il sacro e il profano per rendere omaggio al Dio Brahma, con processioni, canti e manifestazioni folkloristiche, durante il quale si svolge una delle fiere del bestiame più famose del mondo. La città si trasforma in un tripudio di colori e vivacità, un caleidoscopio di danze vorticose, campi tendati e cammelli agghindanti a festa. Migliaia di pellegrini, mercanti e allevatori provengono fin qui dal Rajasthan e da tutta l’India del nord per assistere alla fiera e partecipare ai festeggiamenti che culminano con il bagno finale di purificazione nel lago sacro, nel giorno di Kartik Purnima, la notte del plenilunio.

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Il turbinio delle giostre che scricchiolano instabili come mulini di ferro oscura il profilo della collina di Savitri, la venerata e cornuta moglie di Brahma. Le strette strade polverose vengono invase da una miriade di persone cui si mescolano musicisti, saltimbanchi, acrobati e l’intera città si trasforma in un’enorme mercato affollato dove gli ambulanti espongono ogni genere di chincaglieria: padelle, tappeti, chillum, finimenti per cammelli, prodotti artigianali di ogni tipo, braccialetti, monili intarsiati e tessuti stampati indossati dalle donne indiane che tra le bancarelle scambiano o vendono davvero di tutto. Truffatori, accattoni e ladruncoli si mescolano alla folla in cerca di buoni affari e noi, da buoni clienti, ci facciamo subito borseggiare a dovere. Poi ci sono i contorsionisti, i funamboli, gli addomesticatori di cavalli, di scimmie, gli incantatori di serpenti. Un microcosmo di personaggi che sembra uscito da una delle avventure di Willy Fog e che solo l’India può ancora raccontare.

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Una scia di donne scalze coi bracciali alle caviglia e i bagagli sulla testa si avvicina a piedi alla città. La maggior parte di loro dormirà sulle gradinate che circondano il lago o sotto le tettoie della grande arena che di giorno ospita i giochi e le competizioni. La gente dei villaggi non può certo permettersi gli alberghi, che con i prezzi esorbitanti della fiera sono ad esclusiva disposizione dei turisti occidentali e degli ancora più ricchi turisti indiani.

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I cammellieri con le loro carovane di tende, donne e bambini si sistemano sulle dune alle porte di Pushkar, accanto alle grandi vasche che indistintamente soddisfano le esigenze idriche di uomini e bestie. Gli accampamenti si stendono a perdita d’occhio, fra migliaia di cammelli, i veri e indiscussi protagonisti della fiera. Gli animali vengono lavati e splendidamente ornati con tatuaggi, decori, nastri e treccine, campanelli d’argento e piercing al naso, oppure truccati con pesanti strati di kajal. Alberi di Natale con la gobba pronti a competere al concorso di bellezza per ruminanti del deserto.

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All’ombra delle tende gli uomini contrattano, litigano, fumano e bevono di nascosto, mentre le donne operose cucinano, attingono l’acqua, lavano i figli e passano tutto il loro tempo libero a raccogliere meticolosamente polpette di sterco di cammello. Perché nel deserto non si trova legna da ardere e niente va sprecato.

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La vera tratta del cammello si svolge nei primi giorni della fiera, quando migliaia di esemplari cambiano proprietario dopo feroci trattative. Man mano che i giorni passano e gli affari si concludono, gli accampamento si svuotano, le carovane di acquirenti più o meno soddisfatti si allontano nel deserto, pronti ad affrontare la lunga marcia verso casa attraverso piste polverose. Seguono i bambini coi carretti e le donne con le solite ceste, sempre a caccia di sterco.

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Alla fiera si affianca il grande festival di spettacoli, gare e saltimbanco. Ogni giorno nella grande arena assolata si svolgono le competizioni più curiose e stravaganti che si possano immaginare. Sotto un sole cocente sfilano cammelli e cavalli ballerini, si freme per la super attesa gara di baffi e quella di turbanti, stranieri contro locali. Poi c’è il tiro alla fune, la palla avvelenata senza palla, la piramide umana e la corsa con le giare sulla testa. Vince una certa “Mary from France”, complici due braccia da camionista e una clamorosa falsa partenza.

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Un giorno per strada raccattiamo un francese sulla settantina che vaga come un bimbo sperduto in cerca del suo gruppo e della guida da cui è rimasto separato. E’ affamato e impaurito come uno spettatore al circo che per sbaglio è finito nel recinto del leone. Non parla inglese, non sa dove alloggia, e nemmeno dove si trova il suo autobus. Allora io mi dico, ma resta a casa tua se sei preso così. Però mi ricorda Franchino, così lo scortiamo fino alla tenda della polizia e diamo l’allarme al microfono, sperando che qualcuno lo venga a reclamare.

Il festival si conclude con la grande Puja finale, sulle rive del lago, nella notte di plenilunio. Migliaia di fedeli si bagnano nelle acque del lago, al fine di cercare la salvezza ed invocare benedizioni. Si dice che le sua acque non lavino via solo i peccati, ma curino anche le malattie della pelle. Sinceramente ne dubito. Però a questo punto si verifica uno degli eventi più inaspettati cui si possa assistere nella conservativa società India. Pudiche donne di ogni età, normalmente sepolte sotto strati di veli e di paillettes, si spogliano a seno nudo e si tuffano a mollo sotto lo sguardo consenziente di mariti e parenti. In una società tanto repressa, dove ancora sopravvive il regime del matrimonio combinato ed il sesso e’ un tabù, un evento come questo genera scompiglio nei maschilisti cervelli degli uomini indiani. Sorveglianti in divisa armati di bacchetta minacciano punizioni corporali a chiunque si azzardi a tirar fuori dalla borsa una macchina fotografica. Proteggono la virtù delle loro donne da turisti ficcanaso pronti a diffondere foto osé in rete. E a dir la verità non mancano i guardoni del caso, però non sono affatto stranieri, ma indiani repressi ed arrapati, che sotto gli occhiali da sole sbirciano rotonde matrone in topless che potrebbero avere l’età delle loro madri o delle loro nonne. Se uno di loro venisse catapultato per sbaglio su una qualsiasi delle nostre spiagge, finirebbe arrestato per molestie in meno di un’ora.

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Nell’ultimo giorno di festival l’affluenza di viandanti e pellegrini aumenta in modo quasi insopportabile. La città sembra scoppiare come un melograno maturo. Di giorno non riusciamo quasi a camminare, ogni quattro metri qualcuno ci ferma per la foto di rito e le domande sempre uguali, da dove vieni, come ti chiami, ma siete sposati? Mi chiedo, ma se non lo fossimo qualcuno ci proverebbe con me sul posto? La risposta arriva quando un tizio mi allunga una mano e mi invita a seguirlo nel vicolo. Chiaramente si aspetta che io ci stia così su due piedi, per una sveltina dietro l’angolo. La notte e’ in mano a mandrie di ragazzetti ubriachi che scorrazzano per le strade e vomitano sulle giostre. Evitiamo il centro e la sera con Pino e Luca ci arrampichiamo a guardare il tramonto dalla collina di Gayatri, la venerata amante di Brama che di mestiere faceva la lattaia, e ci facciamo delle gran pizze al sicuro dalla folla, sul tetto del solito ristorante vista lago. Più l’atmosfera diventa vibrante, più ci teniamo lontani dall’entusiasmo collettivo. Anche Avidano deve capitolare, perché solo un vero indiano può reggere a tanto.

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