L’amore ai tempi dei Mondiali

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Giorno 672.

La spiaggia di Punta Sal ci ispira tranquillità e riposo, tanto da farci provare un’ulteriore voglia di mare. Ma l’acqua del Pacifico in questa stagione e’ troppo fredda, e noi abbiamo voglia di sabbia bianca e mare cristallino, stile Indonesia o Filippine. Inoltre non ne abbiamo per l’anima di andare di nuovo in Cordillera al freddo a scalare montagne, dormire in tenda a meno 5 e svegliarsi presto tutte le mattine…per cui annulliamo il Trekking a Huaraz, prenotiamo un volo economico e ci trasferiamo in…Colombia!
Dopo gli anni della guerriglia e dei cartelli della coca di Medellin, da un po’ il paese e’ tranquillo. Resta qualche sacca di resistenza, ma in zone molto remote, dove oggettivamente i turisti non vanno. E poi, il Perù non gioca i Mondiali. La Colombia in questi giorni vive solo per questo.

Colombia – Giappone 4-1.
Una Cartagena de las Indias tutta gialla, rossa e blu esulta. La Colombia travolge il Giappone e la città balla. La marea di magliette canarino, che si vendono ad ogni lato, trasforma le strade in un carnevale di salsa e vecchi bus urbani trasformati per l’occasione in trenini di tifosi in delirio. Siamo nella città preferita da Marquez che qui ha ambientato il suo “L’amore ai tempi del colera’, e tutti i vicoli ci fanno pensare a Florentino Ariza ed alla sua amata Firmina. Gli abitanti invece pensano solo al pallone e in giro si parla solo di calcio. La città e’ bellissima, con il centro coloniale tutto balconi in legno, finestre colorate, bouganville in fiore e scorci da cartolina. Si respira un’aria un po’ troppo commerciale, ma del resto la bellezza si paga, quasi sempre. Basta camminare dieci minuti per arrivare al quartiere del Getsemani, quello popolare. Qui le pareti sono scrostate, i balconi cadenti ed i muri traballanti, ed al posto dei manichini dei negozi di moda e delle gelateria, ci sono persone vere, che giocano interminabili partite di Ludo davanti a casa, assistono a tornei di baseball da strada, cantano e ballano. Insomma, vivono. Nonostante il caldo, a cui non eravamo più abituati e che ci trasforma in torce umane ogni volta che mettiamo il becco fuori dall’ostello. Siamo al Caribe e si respira un’aria più allegra rispetto ai mugugni andini e siamo felici. L’atmosfera di festa ci contagia. L’Italia e’ fuori, ma ce ne freghiamo. Ora tifiamo per la Tricolor.

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Colombia – Uruguay 2-0.
Quando la Colombia gioca contro l’odiato Uruguay, James Rodriguez diventa eroe nazionale sfondando la rete con uno spettacolare sinistro al volo da fuori area. Il Paesino di Cabo de la Vela sembra Copacabana. Tutti festeggiano, e pare che non esista nessun ostacolo verso il trionfo della Seleccion. La Guajira e’ una penisola arida al confine con il Venezuela. Savana pura, sembra di essere in Africa. Persino le donne hanno vestiti simili alle sorelle del continente nero. La popolazione Wayuu e’ stata una delle poche in Sudamerica a resistere agli spagnoli, e sono molto fieri di ciò. Attraversiamo il deserto su di un pick up stracarico di gente e mercanzia. Ghiaccio da portare nei villaggi, dove non arriva l’elettricità ed i frigoriferi sono improvvisati. A Cabo de la Vela ci sistemiamo da Rodrigo, che ci affitta due amache sulla spiaggia, ci serve aragosta per cena e ci accoglie in famiglia. La costa rocciosa si spezza in baie su cui si affacciano spiagge di sabbia color ruggine. Le onde sono potenti, come il vento che soffia costantemente, tanto da fare del paesino la capitale colombiana del kitesurf. Spingendoci ancora più a nord, ci ritroviamo in jeep con Debbie e James ed un autista pazzo che crede di correre la Parigi-Dakar, tra le dune. Fino a Punta Gallinas, il luogo più settentrionale del Sudamerica. L’abbiamo fatta tutta, da Ushuaia fino a qui. Non so quanti chilometri, ma sono tanti. La spiaggia di Taroa e’ una delle più selvaggiamente belle che abbiamo visto durante il viaggio, e si può dire che ormai siamo degli esperti. Una duna enorme di sabbia rosata si tuffa direttamente in mare. Non c’è nessuno, solo noi quattro e un gruppo di asini. La sensazione di scoperta ed isolamento e’ palpabile, quasi non riusciamo a parlare.

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Colombia – Brasile 1-2.
A Playa Blanca, una lunga striscia di sabbia chiarissima con di fronte un mare cristallino, l’amore ai tempi dei Mondiali ha le treccine di Cuadrado e la faccia da bravo bambino di James Rodriguez, che e’ figlio di tutti. L’avversario e’ il Brasile, che mena e vince, tra l’incredulità generale. Qualcuno invoca Pablo Escobar, affinché ritorni tra i vivi e faccia giustizia a modo suo. L’arbitro deve assolutamente pagare, e morire. Tutto il mondo e’ paese. Da Colombiani adottivi soffriamo con i ragazzi del bar, e vicino a me un uomo di cinquant’anni piange come un bambino per tutta la sera. Le discussioni su chi abbia sbagliato cosa, vanno avanti per giorni. Per fortuna il mare ci consola. Al mattino, prima dei tour da Cartagena, e nel tardo pomeriggio, quando se ne vanno tutti e la spiaggia diventa il nostro paradiso di sole ed acqua tiepida, cene a base di granchi e docce salate. Ci ritroviamo con un coppia di pappagallini verdi innamorati come vicini di stanza e lo schiamazzo dei bambini a scandire giornate senza tempo e senza scarpe. Dormiamo in riva al mare, in una capanna senza luce e senz’acqua, ma la gente e’ eccezionale ed ha un sorriso grande così. Nonostante l’arbitro, e quella troia di sua moglie.

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