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Vietato calpestare i sogni

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Giorno 679.

Ripartiamo. Ci eravamo lasciati in Colombia, e adesso siamo di nuovo in India. Nel mezzo, un ritorno a sorpresa a metà luglio, saluti ripetuti a famiglie ed amici, un doppio matrimonio italiano ed irlandese, una guarigione, la mia, miracolosa…qualche chilo di troppo messo su a forza di cene e bevute ed un’esperienza di tre mesi negli Stati Uniti di cui, forse, un giorno parleremo. E poi ancora un ritorno, Natale a casa dopo due passati in giro per il mondo, precisamente in Laos ed a Buenos Aires. Ripartiamo insomma da dove avevamo interrotto il nostro coito con l’Asia, da quell’India che abbiamo tanto amato in passato ma che l’ultima volta ci aveva respinto tra gli spasmi della Giardia e la fatica di sopportare un troppo che ad ogni visita sembra essere sempre più esasperato, ed esasperante. Però avevamo saltato il Nepal, ed il trekking dell’Annapurna non potevamo certo farcelo mancare. E poi ci sarebbe anche l’Iran, di cui mi ero innamorato qualche anno fa durante un viaggio in solitaria, ed i grandi spazi dell’Asia Centrale che avremmo voluto attraversare ritornando via terra nel piano originario…insomma, cose lasciate in sospeso che adesso vorremmo completare. 

       

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A ciascuno il suo

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Giorno 182.

Arriviamo a Manila che sono passati sei mesi giusti dalla partenza. Dopo un interminabile viaggio in autobus alle solite temperature polari (ma i climatizzatori non si rompono mai?), ad accoglierci troviamo probabilmente la camera più schifosa mai vista fino ad ora, un ristorante pseudo cinese che ci offre cibo immangiabile oltre che costoso, ed una passeggiata serale involontaria in uno dei quartieri a luci rosse più malfamato di tutta l’Asia. Nell’insieme, la peggiore giornata dall’inizio di questo viaggio, ma che ci spinge ad alcune considerazioni su cosa voglia dire viaggiare a lungo con un budget limitato in paesi in via di sviluppo, tanto per essere politically correct.

Non e’ mia intenzione dilungarmi su quanto sia bello e figo vedere posti meravigliosi ed insoliti, conoscere gente eccezionale, gustare cibo etnico tutte le sere, fare esperienze indimenticabili e bla bla bla. Questo, chi ha voglia di leggerci, lo trova sui nostri post specifici. Qui voglio parlare di cosa vuol dire VERAMENTE viaggiare come backpackers duri e puri.

Vuol dire dormire spesso in letti piccoli e scomodi, su materassi che hanno già esalato l’ultimo respiro da diverse primavere, sudando come bestie in stanze loculo, prive di finestre.
vuol dire incontrare a volte coinquilini sgraditi o indesiderabili, come russi rumorosi che cantano ubriachi, scarafaggi che si infilano tra i tuoi vestiti, topolini che rubano il tuo cibo, vicini di camera che ti fottono l’iPod.
Vuol dire fare i propri bisogni in cessi maleodoranti, con gli scarichi che non funzionano, spesso alla turca, quando non sono che semplici buchi nel terreno. Per la cronaca, Giulia sono sei mesi che non si siede, ma si sa, le donne sono fatte così.
Vuol dire non poter mangiare quello che vuoi, ma quello che trovi…e può andarti bene oppure male a seconda dei casi, con il rischio strisciante di un bella diarrea del viaggiatore che non ti abbandona mai…
Vuol dire viaggiare per ore ed ore su autobus, treni o barche. Quasi sempre scomodi, troppo freddi o troppo caldi, con vicini di posto sudati o poco puliti, soprattutto se si tratta di polli o maiali. A volte non c’è spazio dentro, ed allora ti accomodi sul tetto. Ma questo e’ abbastanza romantico. Le strade piene di buche e gli autisti con ispirazioni suicide un po’ meno…
Vuol dire sentire la nostalgia dei propri amici e della propria famiglia il giorno di Natale.
Vuol dire non poter vedere la tua amata Juve fare a pezzi i campioni del Chelsea in una notte magica di Champions League.
Vuol dire indossare sempre gli stessi vestiti (ma questo a me non pesa), anche se sono sporchi (e questo mi pesa un po’ di più..).
Vuol dire affrontare quasi costantemente i propri tabù e le proprie paure, cercando di superare ogni giorno i propri limiti.
Vuol dire arrabbiarsi quando i mezzi di trasporto sono introvabili o in ritardo mostruoso, perché spesso non partono finché non sono completamente pieni…e noi che ci lamentiamo per un oretta di ritardo sul rapido Taranto-Ancona, magari in seconda classe…
Vuol dire avere a che fare con i procacciatori di clienti più furbi ed imbroglioni della terra, che le studiano tutte per riuscire a separarti dai tuoi preziosi euro.
Vuol dire avere voglia di una partita a poker fino alle sei di mattina con quei quattro sciamannati che so io, e non poterla organizzare.
Vuol dire non esserci quando alla tua amica nasce una bellissima bimba, o quando qualcuno a cui tieni ha bisogno di te.
Vuol dire perdere tutte le tue abitudini, non avere più chiavi, macchina, cellulare, doccia calda, nemmeno una tisana della buonanotte.
Vuol dire non avere una domenica pomeriggio di ozio sdraiati sul divano davanti alla TV, guardando la tua serie preferita.
Vuol dire non avere una casa, un luogo dove rifugiarti se hai avuto una giornata storta.
Vuol dire che la tua casa e’ uno zaino di dodici chili che ti porti sulle spalle come una lumaca, e che ogni grammo in più ti costa una goccia di sudore. Così impari a rinunciare al superfluo, a tutte quelle cazzate inutili di cui ci si circonda solo per soddisfare i propri impulsi consumistici e addormentare le proprie frustrazioni quotidiane con un po’ di shopping.
Vuol dire non riconoscere più la tua immagine allo specchio, le poche volte che ne trovi uno, e ritrovarsi a chiedersi dov’era stata finora la persona che oggi ci vedi riflessa…

Tutte queste belle parole per dire che non sono solo rose e fiori, e che non e’ sicuramente uno stile di vita adatto a tutti, checche’ se ne possa pensare quando il lavoro stressa e la routine annoia. Finché ci pensi da casa tutto ti sembra un idillio, facile da raggiungere, semplice come respirare, ma la realtà della strada e’ un attimino più dura e variegata. Dietro ogni singola spiaggia da sogno, dietro ogni bellissimo panorama ci sono spesso decine di ore di viaggio su mezzi sgangherati attraverso strade infami e magari un paio d’ore di cammino sotto il sole tropicale. Ma forse sono proprio queste le situazioni che rimangono piu impresse e ti fanno sorridere quando ci ripensi. Quelle che in fondo ami di più, nonostante tutto. Quelle che ti fanno sentire vivo ed orgoglioso di aver fatto questa scelta, che noi rifaremmo cento e cento volte. “A walk on part in the “, piuttosto che “a lead role in a cage”. A ciascuno il suo.

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Cominciamo dalla fine..

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Giorno 1.

Questa e’ la storia di 500 giorni insieme, in giro per l’Asia.

Ma questa storia, al contrario delle favole, inizia dalla fine. Comincia con un matrimonio.. Il nostro vissero insieme felici e contenti. Quello che segue e’ la nostra versione del dopo.

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Sabato scorso io e Fede ci siamo sposati sotto un cielo autunnale, in un carnevale di amici in festa e riso nei capelli. Insieme a Silvio e Liss, i nostri sposi gemelli, abbiamo organizzato un ricevimento latino americano nella discoteca della nostra infanzia. Inebriati ed impotenti guardavamo gli invitati, trasfigurati dall’alcool, ballare sui divanetti, cadere a terra, fare il karaoke e lanciare cocktail al vento come in ogni despedida che si rispetti. Non sono mancate le lacrime ovviamente e persino lettere di addio da parte di amici che non credevo capaci del dono della scrittura.

Nei due giorni seguenti non abbiamo quasi dormito ne mangiato, meno che mai consumato, in un’euforico e snervante tour de force pre partenza… Non pensavo di poter chiudere cosi’ in fretta casa e lavoro, impacchettare tutta la mia vita in uno zaino da cinquanta litri e partire. In realta’ non credevo di averne davvero il coraggio. Ma ho scoperto che quando superi una soglia, anche ideale, quando capisci che i tuoi sogni sono davvero realizzabili, che basta solo allungare la mano per afferrarli, e’ impossibile ignorali e tornare al prima, e’ assurdo continuare a tenere le mani in tasca. E poi arriva il momento degli addii, delle scelte difficili e dolorose.

Se assaggi il rambutan non puoi piu’ dimenticare che sapore ha… Anche se volte dico a Fede che la vita era piu’ facile quando non sapevo nemmeno che il rambutan fosse un frutto commestibile.

Litighiamo quasi tutta la mattina dell’ultimo giorno. Ovviamente dobbiamo ancora fare gli zaini e sono presa dalla folle smania di portare tutto con me. Cerco di far entrare la casa nello zaino con Fede che mi sbraita intorno… Ecco le cose inutili che lo fanno oltremodo imbestialire: balsamo per i capelli confezione da 350 ml la piu’ grande del supermercato, kit di medicinali da far impallidire medici senza frontiere tra cui le compresse per prevenire gli eritemi e non vado oltre perché a questo punto Fede sta già gridando… Oltre a questo si aggiunge la colletta dei ricordi fatta dalle ragazze ognuna delle quali mi ha donato qualcosa di suo, un simbolico pezzetto di cuore da portare in viaggio con me e che consiste in un piercing, un pettine, un’agenda, un ciondolo, un braccialetto, un elastico per capelli ma soprattutto una fantastica bambolina di pezza fatta a spilla. Fede e’ livido…

Scatta l’ora X. Sfrecciamo veloci in autostrada, Mirko e Katja chiacchierano allegri, ancora si mormora sui comportamenti poco consoni di Mirko la sera della festa, Ivan alla guida e’ più silenzioso che mai, so che e’ emozionato… Mio padre mi chiama al telefono, credo che tra poco avrà un’altra crisi di panico come il giorno del matrimonio in cui non riusciva più a guidare. Sento pungere, ma e’ magone…

Ci stringiamo con affetto in aeroporto, scattiamo persino una foto davanti alle partenze con il nostro zaino in spalla che fa tanto boy scout. Spengo il cellulare e lo poso in macchina, mi fa impressione il pensiero di quest’oggetto seppur futile che mi ha seguito inseparabile nel tempo e che adesso tornerà a casa con loro, mentre io no, mentre noi no… Frugo nella borsa e stringo tra le mani il mio biglietto di sola andata e lo sento vero.. Penso a tutte le persone che amo, alle cose belle che ho avuto in questa vita, ma questo viaggio per adesso e’ finito, un altro sta per iniziare…

G.

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