Archivio mensile:agosto 2013

In famiglia

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Giorno 359.

“Ma tu l’hai mai visto un lion fish? E i barracuda quanto sono lunghi? Qual’e’ il tuo nudibranchie favorito? Quanto tempo puoi stare sott’acqua con bombole? Perché si chiama Pipe Fish?” E così via per ore ed ore, con l’infaticabile tenacia che solo un bambino può sostenere… Mai avevo visto una passione così viscerale in una creatura sotto i dieci anni. Eppure non sono passati nemmeno tre mesi da quando i piccoli Mario e Chiara Menneas hanno lasciato il cuore della Sardegna, insieme a mamma Rosa e al suo compagno Leonardo, per intraprendere la grande avventura di un lungo viaggio attraverso l’Asia. Una rivoluzione rispetto alla solita routine casa-scuola di Orgosolo, con momenti anche difficili a volte. La nostalgia degli amici, delle abitudini, senza i propri giochi, nemmeno la TV, alle prese ogni giorno con lunghi e faticosi spostamenti, con cibo strano e quasi sempre troppo piccante, scoprendo sulla propria pelle cosa vuol dire “clima equatoriale e monsonico” delle lunghe estati indiane. Ma dall’allegria contagiosa, dagli occhi curiosi e vispi, dall’impazienza di vivere di questi viaggiatori in erba, si comprende davvero come nulla abbia potuto arrestare il crescente senso di libertà ed il valore di un’esperienza così unica ed indimenticabile da condividere con la propria famiglia. E pensare che quando sono partiti non sapevano nemmeno nuotare, mi racconta mamma Rosa. Oggi sembrano una coppia di pesci senza lische.

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Mario, nove anni tutti pelle e ossa. Va per la quarta elementare ma a volte parla come un adulto. Davanti a se un brillante futuro da biologo marino. Leonardo gli ha comprato un libro sui pesci tropicali e da allora sono inseparabili. Una curiosità insaziabile lo spinge a volerne sapere sempre di più, quando già adesso e’ in grado di riconoscere più specie di molti istruttori di sub che abbiamo incontrato. Cataloga su un quaderno tutti i suoi avvistamenti, arricchendoli di note e piccole descrizioni, a volte anche in sardo.
Chiara, sette anni e un caschetto di capelli neri sempre in movimento. Va per la seconda elementare e dimostra un talento inaspettato per i tuffi dai pontili. Lei i pesci preferisce disegnarli. Album e matite sottobraccio, si cimenta in variopinti fondali marini e deliziosi ritratti che a turno ci regala. Adotta un cucciolo di Labrador meticcio, grasso e peloso, che si aggira coi suoi fratelli sulla spiaggia. Lo bacia, lo strizza e lo veste con le sue magliette, come fosse una bambola. Lui è troppo pigro per ribattere.

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Mamma Rosa e’ tra le donne più coraggiose che abbia mai conosciuto. Una storia dolorosa alle spalle e la forza di andare comunque avanti. Originaria di Orgosolo, nel cuore della Barbagia, una terra aspra e selvaggia, terra di banditi, di Graziano Mesina, Grazianeddu per gli amici. Un posto dove lo stato e’ spesso assente, e la forza delle tradizioni e’ ancora ben radicata. Ma quando quel mondo le diventa troppo stretto, decide di lasciare la Sardegna con i figli piccoli, e provare a spezzare le catene da cui si sente intrappolata.
Leonardo e’ un dottore viaggiatore. Acuto, paziente, sempre interessato ai vari aspetti delle cose. Grande amante del mare, di pesca subacquea e di mille altre cose. Ci parla della Sardegna con l’orgoglio ed l’obiettività necessaria per raccontare una terra dalla cultura antica, ma allo stesso tempo chiusa su stessa. Ci insegna come fare il formaggio, come allevare le api, ma soprattutto ci inizia ai segreti dell’orto sinergico, una vera rivoluzione nella produzione di verdura fai da te, in cui non vediamo l’ora di cimentarci.
Mauro di Trieste, trentanove anni, gli ultimi venti passati a fare il cuoco giramondo. Non fa parte della famiglia, ma sono sei mesi che si trova qui a Kadidiri, per svernare sulla spiaggia del Lestari. Un uomo tenace, testa calda a volte, ma con una sua precisa e rigorosa morale. Ci svela i segreti del pane fatto in casa e ci coinvolge in una interessante giornata di pesca, dai risultati incredibili. Si baccaglia Penelope, graziosa greca in viaggio con la catalana Mireia. A sua volta cerca di sfuggire alle avances piuttosto esplicite di una trichecona belga che lavora nel resort accanto e che ogni sera si aggira speranzosa intorno al suo bungalow. I misteri della caccia…

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La giornata di pesca organizzata da Mauro nei pressi dell’isola vulcano di Una Una e’ un’esperienza memorabile. Come sempre, non sono un’appassionata di pesci morti, li preferisco vedere già grigliati, ma devo ammettere che la tecnica di caccia in cui si cimentano Aka e Mauro e’ davvero affascinante. Scendono in apnea, anche fino a venti metri di profondità, armati di fucili ad elastico a dir poco primitivi, si arpionano al fondale con piedi prensili che sfidano il principio di Archimede, e nascosti dietro una roccia in prossimità della parete che scende verticale, aspettano le prede passare. In pochi minuti la barca si riempie di cadaveri lucenti. Il più grande sfiora i venti chili ed è decisamente più in carne di Chiara. Leonardo all’inizio fatica a stare al loro ritmo, ma e’ dura competere con un nativo Bajo ed un triestino professionista. Noi gli nuotiamo intorno curiosi, e fastidiosi, osservando ogni loro mossa o più spesso intralciandole. Quando finalmente anche Leo infilza il suo pesce, l’orgoglio di Mario e Chiara esplode con una gioia contagiosa. E finalmente il pranzo e’ servito…

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L’incontro con questi nuovi amici e’ stata senza dubbio la parte migliore dei dieci giorni passati alle Togian Islands, una manciata di isole vulcaniche sparse nell’enorme golfo di Tomini, a nord est di Sulawesi, l’antica isola di Celebes. Un luogo ancora oggi difficilmente raggiungibile, con poche strutture turistiche, dove si possono avvistare i rarissimi Coconut Crab, i granchi da cocco, e i pittoreschi villaggi galleggianti dei Bajo, gli zingari del mare, oggi più dediti al turismo, che alla tradizionale pesca di ostriche e cetrioli di mare. Ma nonostante i colori impeccabili, il verde lussureggiante della giungla, le minuscole spiagge bianche, l’azzurro cristallino del mare ed i tramonti infuocati, questo arcipelago non entrerà di diritto nella nostra top five delle isole da sogno… Purtroppo e’ così, ma è risaputo che a furia di girare si diventa pretenziosi…

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L’uomo dei tarsi

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Giorno 351.

L’uomo dei tarsi si chiama Simon Songgo. Ci viene a prendere che e’ già mezzanotte alla stazione dei bus di Tentena, cittadina appollaiata sulla riva nord del Danau Poso, il lago di Poso. Siamo distrutti da quindici ore di autobus, sballottati da una curva all’altra sui due sedili sfigati, quelli in fondo a destra, incastrati tra l’abitacolo ed il portabagagli, schiena dritta perché dietro c’è il lunotto. Simon ci porta ai suoi bungalow, direttamente sull’acqua con tanto di terrazzino privato vista lago. Cadiamo addormentati in un sonno profondo, cullati dal suono dell’acqua.

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L’uomo dei tarsi e’ un professore d’inglese, ex guida di trekking nella zona, che ha dovuto abbandonare l’insegnamento perché non si poteva permettere di pagare la tangente al pezzo grosso di turno, 4000 dollari una tantum, per garantirsi un lavoro ed il futuro. Ma ora che il fratello e’ entrato in politica, spera di farsi dare una mano, la classica logica dell’aiutino che fa tanto casa. Italiani e indonesiani, una fazza, una razza.

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Simon ha tre figli: Robin, il primogenito, ha lasciato la scuola per dedicarsi agli scacchi ed alla baldoria notturna. Ed e’ la sua disperazione. Helen, 12 anni ed un sorriso timido. Lei e’ la sua grande speranza. Studiosa, educata, passa le serate a ripassare lezioni d’inglese e si diverte ad accompagnare gli ospiti in giro per il villaggio. Poi c’è il più piccolo, Dede, il flagello di sua madre. Corre e urla tutto il giorno ed è’ un sollievo per la povera donna quando può scaricare l’indemoniato per qualche ora agli ignari turisti, come noi.

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L’uomo dei tarsi ci affitta il motorino, ci consiglia il trekking alle cascate e la gita alla spiaggia, e la sera ci accompagna da un cinese suo amico che ci prepara una cena a base di pitone, fritto e in zuppa, roba per intenditori.

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Ma l’uomo dei tarsi non si chiama così per caso. Al tramonto ci accompagna nel bosco dietro casa, per incontrare queste piccole scimmiette con la testa rotante a 360 gradi, che hanno deciso di stabilirsi proprio li’, per godersi anch’esse un po’ della profondissima quiete del lungolago. Nella semioscurità della sera, per noi i tarsi sono solo ombre saltellanti da un ramo all’altro. Potrebbero essere qualsiasi cosa, topi o alieni. Giulia sostiene che sono lontani cugini di un certo pupazzo Furbi, di cui ignoravo l’esistenza. Ma l’uomo dei tarsi giura che sono proprio loro, ne riconosce la voce, il canto. E noi non discutiamo.

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La morte ti fa bella

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Giorno 347.

Se i funerali sono un evento a Rantepao, anche le sepolture sorprendono quanto a originalità. Peregrinando di villaggio in villaggio, attraverso un paesaggio di risaie terrazzate dove i bufali pascolano pigri e i contadini si spezzano la schiena sul raccolto, vaghiamo alla ricerca di suggestivi siti funerari disseminati nella campagna circostante. Seguiamo una cartina mal riuscita dove i paesi portano nomi impronunciabili, che più che asiatici sembrano usciti da uno scioglilingua sardo… Batutumonga, Tampangallo, Rantepangli, Ketekesu e via dicendo in una escalation di suoni gutturali…

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Partendo dal presupposto che non esistono cimiteri veri e propri, perché ognuno può seppellire i propri morti dove vuole, preferibilmente dietro casa o comunque sul proprio terreno, ogni villaggio segue tradizioni differenti, sulla scia di un unico filone religioso in cui il cristianesimo importato si innesta sulle più antiche credenze animiste, radicate nella cultura Toraja. L’interesse crescente dei turisti ha generato poi un nuovo business mortuario a costo zero. Bigliettaie intransigenti, appostate dietro ogni lapide, reclamano il prezzo dell’ingresso. Inutile cercare di evitarle.

Il paesaggio e’ punteggiato da gigantesche rocce nere, come uova preistoriche pietrificate dal tempo. Portoncini di legno sbiadito celano loculi granitici scavati nei massi scuri. Un sottile strato di muschio ricopre i ricordi che si accumulano sull’uscio. Un cappello a cono per lavorare i campi, uno specchio, indumenti sbiaditi dal sole e dalla pioggia. Mucchi di pannolini e scatole di latte in polvere, uno zainetto per la scuola, e poi tanti orsacchiotti per non sentirsi troppo soli… Tanti vecchi, ma anche tanti giovani. Ci perdiamo fra le date.

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Le sepolture nelle grotte si raggiungono attraverso profondi cunicoli disseminati di vecchie ossa sbiancate e levigate. Le bare sono accatastate in alto e negli angoli. Ai teschi sparsi si offrono sigarette mezze accese per prevenire crisi d’astinenza, agli altri qualche libro, vecchie foto, ritagli di giornale ingialliti, un ombrello per la pioggia. E poi centinaia di bibite già cominciate e lattine mezze aperte per lenire la sete nei secoli. Nel raggio della torcia si illumina un gran disordine, che misto all’odore tipico di guano di caverna riproduce un effetto discarica piuttosto inaspettato per la sacralità del luogo.

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I Tau Tau sono inquietanti fantocci di legno, tanto più costosi quanto somiglianti al defunto che rappresentano. Dall’alto delle loro balconate, spuntano le visite dei parenti. Le braccia rivolte al cielo e gli occhi sprangati che sembrano seguirti, dappertutto. I loculi sono incastonati nella roccia di ripide pareti calcaree, e custoditi da pesanti portali di legno, a protezione contro i famigerati rapinatori di tombe. L’attico con vista e’ la postazione più ambita, ma come al solito è riservata alle classi sociali più elevate. Anche nella morte non si è mai tutti uguali.

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Le sepolture negli alberi, accolgono il riposo dei neonati. Sotto l’anno di età, i corpi dei bambini vengono cullati dal tronco di grandi alberi di Baniano, dentro cavità lignee che rappresentano l’utero materno.

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Non mancano i più moderni o tradizionali cottages funerari. Intarsiati, addobbati, dipinti, sfarzosi. Sempre con l’intento di eccellere sul proprio vicino.

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Funeral Party

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Giorno 343.

L’odore del sangue sale nel naso, punge nella gola e chiude lo stomaco. Mi contorco sulla stuoia, mentre cerco di ignorare l’uomo imbrattato di sangue che, mannaia alla mano, sta squartando l’ennesimo maiale. Una decina di esemplari già sgozzati attende alla rinfusa di trasformarsi in tranci, mentre teste bruciate spiccano da corpi mutilati, rotolando qua e la confuse, e le interiora si accumulano in una montagna puzzolente, che svetta poco sulla destra. Cerco di immaginare che sia tutto finto, lontano, come se guardassi attraverso un documentario. La giornata dei sacrifici e’ davvero troppo per chi, come me, la carne e’ abituata a comprarla a fette, dentro comode vaschette da supermercato. Finisci quasi per scordarti da dove viene.

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Il rito funerario nei dintorni di Rantepao e’ un’arte cruenta ed estremamente costosa. Si tratta di quattro giorni di festeggiamenti, con tanto di pranzi e sacrifici animali, cui partecipano non solo i parenti stretti e gli altri membri del villaggio, ma anche, a seconda dell’importanza del defunto, delegazioni di invitati provenienti da tutti i villaggi circostanti. Si mangia, si balla e si beve, ovviamente. Verdi calici di bambù scivolano di mano in mano traboccanti di un aspro liquore di palma chiamato Arak, e il pomeriggio subito si scalda. Le spese sono tutte a carico della famiglia del “festeggiato”, disposta a dilapidare interi patrimoni per non deludere le aspettative della comunità. Alcune volte il morto pazientemente aspetta per mesi, o anche per un anno intero, prima che i parenti riescano a racimolare la somma necessaria a sostenere una tale baldoria. Alcuni di loro lasciano il villaggio, o addirittura l’isola, per andare a lavorare altrove e guadagnare i fondi necessari. Ma ne va dell’onore di tutta la famiglia, così si mette il corpo in formalina, lo si parcheggia nella stanza dei defunti, ogni casa ne ha una, e si finge che stia solo dormendo, in attesa di diventare sufficientemente abbienti per onorarne la memoria.

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La cerimonia si svolge solitamente nel cortile di famiglia, dove vengono allestiti gazebo di bambù e stuoie per accogliere all’ombra centinaia di invitati. Si accede attraverso qualcosa di molto simile ad un corteo, che come un serpente si svolge intorno alla bara colorata, posta al centro del grande spiazzo, dentro una piccola costruzione tradizionale col tetto a barca, ed una foto, che nel nostro caso ritrae un’anziana signora chiamata Sesa. Il gran maestro cerimoniere lancia incomprensibili anatemi a tutto volume dall’alto del pulpito, con tanto di microfono gracchiante, mentre i partecipanti sfilano con i doni recati in omaggio alla defunta. Come una carrellata di Re Magi. Per noi e’ sufficiente una stecca di sigarette, ma la tradizione vuole che ogni famiglia colga l’occasione per sacrificare un maialino bello grasso, pubblicamente macellato nell’euforia generale, e che per metà tornerà di diritto a casa coi legittimi proprietari. Nel giro di dieci minuti se ne accumulano una quarantina, ammassati in bella vista sotto il sole cocente al centro del cortile, legati per bene a lunghe pali di bambù, mentre grufolano incontro al loro destino. Ma nessuno se ne cura, solo i turisti lanciano occhiate turbate ai salami strillanti. Evidentemente non sono l’unica a sentirsi a disagio.

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I bufali, come sempre, se la passano molto meglio. Elegantemente bardati attendono all’ombra di una palma, mentre il padrone li accarezza. Brucano foglie fresche come ultimo pasto. Giungono qui dopo una lunga vita, allietata da giorni felici, spesi a razzolare liberi nel fango delle risaie, mentre pettegoli guardano crescere le corna del vicino. Quando il cerimoniere si avvicina e gli recide la gola, crollano al suolo increduli, in una nuvola di sangue. Muoiono così, senza un lamento, mentre intorno si accalcano i turisti per una foto ricordo. Ad ogni cerimonia la famiglia del defunto provvede a comprare decine di grossi esemplari dalle corna ben temperate che, quando tutto sarà finito, finiranno elegantemente impilate davanti casa, come un obelisco di teschi la cui ombra dovrebbe ingelosire i vicini. I bufali albini sono una chiccheria da ricchi, costano più di un’automobile e sono quasi venerati. Il record imbattuto? Una mattanza di centocinquanta esemplari in un solo pomeriggio… Ma c’è chi sta lavorando sodo per alzare il piatto.

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Ad agosto ci sono funerali tutti giorni, it’s party time. Camionette affollate scaricano composte signore a lutto vestite e maialini sacrificali. I turisti si imbucano, guida al seguito, infestando i cortili come la gramigna. Autoinvitato dell’ultimo minuto, lo straniero in bermuda viene tollerato con pazienza ed anzi guardato con una certa curiosità, nonostante il teleobiettivo spianato e la completa ignoranza dell’etichetta funebre. Gli viene offerto di buon grado un posto in prima fila, dove, ignaro ma felice, finisce spesso incastrato in qualcosa cui forse non è pronto ad assistere. Questo, almeno, il mio caso e quello di Cristina da Torino. I suoi figli, Omar e Sara, reggono meglio la vista del sangue, come del resto Monia e quel sanguinario di mio marito. Marta invece cerca rifugio nelle risaie.

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Dopo i sacrifici, le danze, il liquore, la visita alle cucine dove la confederazione delle massaie associate sforna a ciclo continuo gocciolanti porzioni di grasso animale cotto nel bambù, la parata della bara che viene letteralmente caracollata in un ultimo tour del villaggio, lasciamo il campo sfiniti. Loro continueranno così per altri quattro giorni di sangue, noi per restare a tema concludiamo la giornata del morto con il tour delle catacombe. Ormai ci abbiamo preso gusto.

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Java – Informazioni pratiche

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BANYUWANGI
DA FARE:
Base di partenza per la scalata al vulcano Ijen con le suggestive cave di zolfo. Se si vogliono osservare le famose luci blu, la partenza e’ fissata al più tardi per l’una del mattino, perché la città dista un paio d’ore. La camminata finale e’ breve, ma piuttosto ripida.
DORMIRE:
Hotel Berlin Barat – 96.000 Rp camera tripla + colazione inclusa – offre camere spartane che odorano parecchio di umido, affacciate su uno spazioso cortile interno in cui bazzicano autisti da ingaggiare per la corsa fino alla base di partenza per la scalata dell’Ijen. La colazione local a base di riso bianco e pollo piccante e’ corroborante di primo mattino, provare per credere.

PROBOLINGO
DA FARE:
Ci facciamo solo una sosta lungo la strada verso il Bromo. La città non offre nulla di interessante, ma da qui in avanti parte l’assalto dei procacciatori di clienti, disposti a qualsiasi menzogna pur di accaparrarsi turisti per alberghi, escursioni o anche solo una corsa in taxi. Regola numero uno, da quando si scende alla stazione dei bus di Probolingo: non credere a nessuno!
DORMIRE:
Bromo View Hotel – 105.000 Rp camera doppia + colazione inclusa – albergo di alto livello che offre anche buone camere economiche per gli squattrinati come noi. Colazione a buffet con l’imbarazzo della scelta.

CEMORO LAWANG
DA FARE:
Verdeggiante villaggio di montagna con vista mozzafiato sullo spettacolare cratere del Bromo. Il fai da te e’ possibile e consigliabile per non sprecare la magia nella fretta di un tour organizzato. Biglietto d’ingresso 75.000, a persona, e sono soldi davvero ben spesi!
DORMIRE:
Homestay Hedi – 150.000 Rp camera doppia con doccia fredda – camere ampie e pulitissime con abbondanti coperte per proteggersi dal freddo notturno. L’acqua calda e’ un lusso per cui si paga extra, ma è comunque disponibile per chi proprio non riesce a fare la doccia gelata.

YOGYAKARTA
DA FARE:
La capitale dei Batik e’ la base di partenza ideale per la visita del celebre tempio indù di Borobudur. Noleggiare un motorino e muoversi in autonomia e’ sicuramente la scelta migliore oltre che più economica. Biglietto d’ingresso 190.000, cioè come una giornata intera ad Angkor, però qui c’è un solo, seppur splendido, monumento. Degno di nota il mercato degli uccelli che si svolge ogni mattina nella zona sud del centro.
DORMIRE:
Sakura Hotel – 110.000 Rp camera doppia + colazione inclusa – simpatica e accogliente gestione familiare per questo invisibile hotel che si affaccia in un vicolo a due passi dalla via più turistica della città. Le camere economiche come la nostra sono site al pian terreno e trasudano umidità, ma il posto e’ pulito. Terrazzino sul tetto per la colazione che ricorda più che altro uno spuntino.

SOLO
DA FARE:
Base di partenza alternativa per la visita dei templi di Borobudur. Evitare l’ufficio immigrazione di questa città per le pratiche di estensione del visto.
DORMIRE:
Paradiso Guesthouse – 100.000 Rp camera doppia – in un vecchio palazzo coloniale offre camere semplici e pulite che si affacciano su un giardinetto interno. Poco frequentato, ma la gestione familiare e’ davvero gentile e disponibile.

JAKARTA
DA FARE: noi ci passiamo per incontrare Durga Tatoo, tatuatore di fama internazionale che lavora in città. Fede e’ indeciso, io ci faccio sopra un pensierino. In ogni caso non se ne parla fino a settembre. Non vogliamo rinunciare a spiagge e bagni perché abbiamo un tatuaggio da cento dollari l’ora da far guarire sulla spalla.
DORMIRE:
Hotel Bengawan 2 – 225.000 Rp camera doppia AC + free coffee – l’albergo e’ attaccato all’aeroporto, a cinque minuti di taxi. La via e’ miserabile, in piena periferia, però ci sono una serie di alberghetti sempre pieni che accolgono i viaggiatori appena sbarcati. La camera e’ ordinaria, ma decisamente stracara per quello che offre.
Hostel 35 – 150.000 Rp camera doppia con bagno + colazione inclusa – camere e struttura sono piuttosto nuove e ben curate, anche se zanzare e insetti abbondano nelle stanze, e la colazione non è davvero niente di esaltante. Ma la biancheria e’ pulita e nell’insieme per essere in piena Jalan Jaksa, la via più turistica di Jakarta, il rapporto qualità prezzo non è davvero male.
Hunny Hostel – 120.000 Rp a persona in camera da otto + colazione inclusa – non saprei dire com’è, perché i signorini ci cancellano la prenotazione senza preavviso. Lo scopriamo alle due del mattino, quando appena sbarcati in città ci sbattono il cancello in faccia dicendo “spiacenti, siamo già pieni!”. Ma vaff…..

NOTE:
Cambio luglio / agosto 2013 – Indonesia: 1 euro = 13.200 Rp circa.