Archivio mensile:dicembre 2013

Buenos Aires

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Giorno 484.

I quaranta gradi della “Ola di calor” che colpiscono la città a cavallo delle feste, sciolgono cammelli e Re Magi nelle aiuole del centro. Poche le decorazioni natalizie, i presepi trasudano al sole e un babbo natale appeso al balcone si chiede dove siano sparite la neve e le renne. Ai mercatini natalizi gli ombrelli sostituiscono le lucine colorate, però almeno fanno ombra. Il Palazzo Rosado di Evita si incendia come brace, persino le madri dei desaparesidos non protestano in piazza, sono intrappolate a casa, vittime dei tagli di luce e d’acqua che colpiscono a turno i quartieri della città. Noi siamo salvi, dormiamo nel Microcentro, dove vivono le banche, e alle banche non si taglia mai la luce. Ma nei quartieri periferici c’è chi rimane senza servizi per oltre un mese. In città si diffondono focolai di protesta. Strade chiuse, immondizia che brucia sui marciapiedi, pentole che tuonano come tamburi dai balconi dei condomini più bollenti.

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Il nostro eccellente padrone di casa e’ Fernando Lao Lao, nome d’arte, amico viaggiatore conosciuto per caso alle Filippine. Passiamo le feste con la sua famiglia, Norma e Carlos ci invitano a casa loro per la tradizionale cena fredda di Natale, niente lasagne e capretto al forno con queste temperature, ma tanti stuzzichini colorati, matambre e una specie di vitello tonnato. A mezzanotte mangiamo monete di cioccolato e una guerra di fuochi d’artificio incendia la città. Penso che forse abbiamo sbagliato festa e invece no, Fer ci spiega che da queste parti usa così: Natale e Capodanno, fuochi tutto l’anno. Sono un po’ napoletani questi argentini. La serata va avanti a suon di Sidra e Fernet e Coca Cola fino alle quattro del mattino. Per la fine dell’anno replichiamo, io mi cimento in un tiramisu’ improvvisato e Norma mi coinvolge nel tradizionale lancio dal balcone di qualcosa vecchio. Sono pronta a sollevare una lavatrice, ma la padrona di casa estrae un sacchetto dove ha rigorosamente conservavo tutti i tappi di bottiglie consumati nell’arco dell’anno appena trascorso, insieme alle agende e al calendario dell’ormai vecchio 2013. Stracciamo coriandoli bianchi sulla città e cade una pioggia di tappi di sughero dal dodicesimo piano.

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Le giornate passano bollenti con noi rinchiusi in ostello dentro una stanza stretta e lunga, dai soffitti altissimi. Evitiamo la colazione dormendo fino all’una per sottrarci al monopolio del dulce del leche, che tutti qui adorano mentre a noi da la nausea, ma soprattutto non possiamo separarci dal ventilatore. Come vampiri aspettiamo le tenebre per sgusciare fuori casa, intanto Fernando smette di lavorare alle undici, e noi lo attendiamo con ansia per farci guidare fra i piaceri della carne alla brace, parrillada al carbon, e dei choripan lungo la Costanera. Nella sauna dei 33 gradi a mezzanotte, ci facciamo una cultura su tutte le gelaterie della città. L’unica cosa che ci costringe a camminare sotto il sole e’ il pellegrinaggio obbligato verso tutti i negozi sportivi della città. Dobbiamo comprare tutto per il camping, perché il vento e’ cambiato e ci stiamo preparando al trekking patagonico.

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Buenos Aires e’ la città più italiana che abbia mai visto, fuori dall’Italia. Le strade sono perfettamente squadrate, come un accampamento romano, i palazzi in stile liberty, l’aria che si respira sa di Europa e nomi qua e là risuonano stranamente familiari: Palermo Viejo, Palazzo Barolo, Caffè Tortoni. In giro si mangiano lasagnas, milanesa alla napolitana, pissa con la mussarella. Poi tutti quelli che incontriamo hanno una passione sfegatata per Papa Francesco, vantano almeno un paio di nonni italiani e sfoggiano tanta, troppa voglia di parlare e lamentarsi su tutto: del governo, della crisi, dei tagli di luce. Una razza, una fazza insomma. Mi faccio tanti amici di cartapesta ed è facile sentirsi subito a casa.

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L’ombelico della città e’ un obelisco psichedelico, finto egiziano, che troneggia sulla via principale come monumento a non so bene cosa. Qui si festeggiano gli eventi cittadini, tutti si danno appuntamento nella sua ombra e la sera si segue con lo sguardo il getto di luce rotante scagliato dalla cima, come una specie di supersound sudamericano. Dall’altro lato dell’Avenida 9 de Julio parla Evita dal profilo di un grattacielo, o forse sta cantando “Don’t cry for me Argentina”. Andiamo a salutarla anche al cimitero, la monumentale Recoleta, dove la regina peronista riposa tra angeli statuari e le tombe di un altro centinaio di celebrità: tutti eminenti dittatori, coraggiosi generali e meteore golpiste.

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Al Teatro Colon danno “Il lago dei cigni”, ma hanno esaurito tutti i posti a sedere. Restano solo quelli in cima, in piccionaia, dove si spintona in piedi per due ore e quaranta minuti di balletto, lottando per uno sguardo in prima fila da cui sbirciare qualche piuma lontana giù in basso. Fede, che già tentennava prima di informarsi sulla presenza di aria condizionata, alla notizia ci ripensa del tutto. Mi dice che sono pazza e che posso anche andare da sola. Lo farei, ma mi manca l’abito lungo e mi sembra inutile comprarlo proprio ora che devo diventare una trekker professionista.

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Un terzo di tutta la popolazione argentina vive nel cono urbano di Buenos Aires, e sommariamente così suddivisa: i ricchi hanno attici che si affacciano sul Puerto Madero, uno specchio d’acqua e grattacieli di vetro con il ponte a vela del Calatrava, ristoranti New Age e Freddo, la gelateria più buona della città. I giovani Cool abitano a Palermo, indecisi tra le due varianti Hollywood e Soho, un intrigante reticolo di casette basse pitturate a murales, bar all’aperto e botteghe di design.

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I bohémienne preferiscono il quartiere vecchio di San Telmo, con la colorata Feira domenicale, paradiso delle cianfrusaglie, e le sciure che vanno al mercato coperto per fare la spesa. I poveracci campeggiano dappertutto. Sulle panchine o nei portoni delle banche. La sera frugano tra i rifiuti realizzando una specie di raccolta differenziata tardiva. Nel senso che gli argentini buttano via tutto insieme e loro per strada spacchettano tutto e separano i materiali riciclabili per rivenderli a pochi spiccioli.

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La Boca e’ un arcobaleno geometrico rosso giallo e blu. I genovesi immigrati a fine ottocento dipingevano le case di lamiera con la vernice avanzata delle barche, per un complessivo effetto carruggio. Il quartiere oggi e’ tra i più turistici della città, ricco di locali e ristoranti che ipnotizzano lo spettatore a suon di spettacoli di tango e folclore, ma basta uscire dalle tre vie principali per ritrovarsi inaspettatamente a dover stare attenti al portafoglio.

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Fede ridiventa bambino e per una volta mi chiede di scattargli una foto ricordo davanti alla mitica Bombonera, lo stadio gialloblù del Boca Juniors, quello di Maradona, Batistuta e Tevez. Un paio di scarpe da ginnastica penzolano da un filo della luce. Fernando ci spiega che stanno lì per segnalare che in questa zona si spaccia.

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Il tango permea Buenos Aires in tutte le sue versioni. Da quella retro-chic della Confiteria Ideal, una tra le più antiche Milongas della città, oggi meta di ultrasessantenni nostalgici di Gardel, a quello improvvisato per strada, dove sudati ballerini avvinghiati cercano di incantare turisti e raccogliere qualche spicciolo. Ma dove va la gente normale? Norma ci dice che si ritrova la domenica pomeriggio alla Barranca di Belgrano, sotto un gazebo in stile liberty del parco cittadino, a pochi passi dal quartiere cinese. Passano le ore mentre guardo rapita piedi che strisciano su pavimenti di marmo, studiando ogni passo, ogni vibrazione. Fede e Fer picniccano disinteressati all’ombra di un’aiuola. Quando vengo finalmente notata e gentilmente invitata da un galantuomo in mocassini neri e capelli brizzolati, mi tocca pure rifiutare e rimpiangere di non essermi mai iscritta a quel corso di tango argentino che da sempre avrei voluto seguire.

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Brasile e Paraguay – Informazioni pratiche

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SAN PAOLO
DA FARE:
La chiamano la New York brasiliana, ma noi la evitiamo. Forse troppo spaventati dalla sua fama di città pericolosa, preferiamo tirar dritto verso Rio de Janeiro.
DORMIRE:
Dom Hostel – 25 Rl per persona in dormitorio con bagno e colazione inclusa – un bel posto in un quartiere tranquillo, a pochi passi dalla fermata della metro di Parada Inglesa. Pulito, luminosa sala comune con divani e ampia cucina a disposizione.

RIO DE JANEIRO
DA FARE:
La città e’ una fonte inesauribile di stimoli ed attrazioni. Le viste panoramiche dal Cristo Redentore e dal Pao de Azucar sono esattamente come le immaginavo. Le spiagge di Copacabana e Ipanema, il quartiere vecchio di Santa Teresa, la Samba ballata per strada nelle notti di Lapa. Niente delude di questa città.
DORMIRE:
Beach Backpackers Hostel – 25/30 Rl per persona in dormitorio con bagno e colazione inclusa – l’ostello e’ ben tenuto e confortevole, le colazioni a buffet abbondanti, il problema e’ il regolamento un po’ troppo rigido. Il fatto che non si possa portare all’interno qualsiasi genere di bevanda, acqua compresa, se non acquistata al bar dell’ostello, e’ veramente troppo.

ILHA GRANDE
DA FARE:
Sull’isola non c’è molto da fare, a parte camminare a lungo per girovagare fra le varie spiagge. Decisamente migliori quelle sul lato disabitato dell’isola, che guardano sull’oceano aperto e non sulla baia, dove l’acqua non è sempre cristallina. Il giro in barca davvero non vale il prezzo del biglietto.
DORMIRE:
Overnativa Hostel – 28 Rl per persona in dormitorio con bagno e colazione inclusa – sicuramente la sistemazione più economica dell’isola, però il prezzo si paga con piccoli inconvenienti tipo ventilatori che non funzionano, acqua che cola dai muri quando piove, frigorifero rotto. Il posto e’ grazioso, c’è un grande spazio comune e a giorni alterni la proprietaria organizza abbondanti cene a buffet a prezzi davvero convenienti.

PARATY
DA FARE:
Graziosa cittadina coloniale dove si incrociano una manciata di vicoli ciottolati e casette bianche dalle persiane colorate. Ideale per una breve tappa. La spiagge nei dintorni non sono male, alcune si possono raggiungere coi mezzi pubblici, Trinidad la migliore tra queste, altre richiedono un mezzo di trasporto privato, o almeno una bicicletta.
DORMIRE:
Bossa Nova Hostel – 25 Rl per persona in dormitorio con bagno e colazione inclusa – un posticino tranquillo appena fuori dal centro. Spazioso cortile interno, tv con mega schermo nella sala comune, camere nuove, zanzariere, cucina ben equipaggiata. Alan, il proprietario, ha creato un’atmosfera rilassata grazie alla quale è facile sentirsi come a casa. E’ anche disponibile ad organizzare escursioni alle spiagge più remote con il suo fuoristrada.

FOZ DE IGUAZU
DA FARE:
Le cataratte meritano almeno due giorni di visita. Il lato brasiliano e’ più fotogenico perché consente una panoramica completa delle cascate sul fiume, quello argentino con le sue passerelle mozzafiato ti ci porta proprio dentro.
DORMIRE:
Klein Hostel – 25 Rl per persona in dormitorio con bagno e colazione inclusa – lontano dal centro, ma a due passi dalla stazione degli autobus. Il posto e’ molto bello e ben organizzato. Dispone di un cortile con piscina e sdraio. Tutte le sere si organizzano cene a buffet a prezzi economici.

NOTE:
Cambio dicembre 2013: 1 euro = 3,15 Rl circa.

PARAGUAY – ENCARNACION
DA FARE:
Il Paraguay e’ forse uno dei paesi meno turistici di tutto il Sudamerica, ma la campagna e’ verdissima, tutto è molto economico e la gente si dimostra ospitale e curiosa verso lo straniero. Soprattutto dai bancomat si possono ritirare dollari americani, scorta di contante necessaria in Argentina per poter accedere al cambio nero. La città offre una spiaggia fluviale inaspettatamente bella e piacevole viste le temperature che sfiorano i 45 gradi. Nei dintorni si possono visitare le rovine di tre grandi missioni gesuitiche, per noi niente di eccezionale, ma che rappresentano l’attrazione principale del paese.
DORMIRE:
Kerama Hostel – 112.000 Guarani’ camera doppia con bagno in comune e colazione inclusa – posto centrale, vicino alla stazione degli autobus, molto ben tenuto e con personale davvero disponibile. Camere pulite, bagni impeccabili, cucina grande e ben attrezzata.

NOTE:
Cambio dicembre 2013: 1 euro = 6200 Guarani’ circa.

Mission

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Giorno 471.

Incastonato tra Brasile, Argentina e Bolivia, il Paraguay potrebbe essere noto dalle nostre parti solo per essere stata la nazione con cui abbiamo pareggiato all’esordio nel disgraziato Mondiale in Sudafrica. Nel nostro contesto, diventa una tappa per un giro selvaggio di Bancomat, con cui fare incetta di preziosi dollari. In Argentina infatti, il mercato nero dei cambi e’ estremamente favorevole, e non vogliamo farci sorprendere a corto di contanti.

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Così attraversiamo il Rio Parana’ verso la città di Encarnacion, un catino bollente a 45 gradi ed un’atmosfera così languida da sembrare morente. “Siete venuti qui per la spiaggia?” ci chiedono i pochi abitanti che ciondolano per strada indifferenti alla fornace che ci circonda. “Non proprio” pensiamo, ma già che ci siamo, perché no? La spiaggia e’ una distesa interessante di sabbia rossa lungo il fiume, che in questo punto sarà largo quasi due chilometri. E’ il massimo possibile per un paese senza mare. I paraguaiani ne vanno molto orgogliosi e si dimostrano molto curiosi riguardo ai bagnanti stranieri, ne vedono pochi, nessuno se li fila. Sono gentilissimi e molto accoglienti. Non esitano ad offrire generose boccate di “terere'”, un erba simile al mate argentino, solo che qui si consuma in acqua ghiacciata, che tutti si portano appresso in termos da due litri, con bicchierino e “bombilla”, la cannuccia con filtro incorporato. Sa di affumicato, ma sembra rinvigorente è forse aiuta davvero a sfangare la giornata come un blandissimo eccitante.

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Tra bambini che sguazzano e bellezze in perizoma, veniamo inondati da un tramonto infuocato, bellissimo come qualcosa di inaspettato.

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Fuori città, si trova quel che resta delle “reducciones” gesuitiche. Verso la fine del diciassettesimo secolo i gesuiti instaurarono in questa zona delle comunità semiautonome, dove proteggere gli indios dallo strapotere dei conquistadores portoghesi e spagnoli, in cambio della conversione al cristianesimo. Per gli indigeni non doveva essere un brutto affare, se e’ vero che in molti scamparono il lavoro forzato e la morte probabile grazie al voto di appartenenza alla chiesa romana. Ma questo stato di cose duro’ poco, e a fine settecento la corona spagnola, messa sotto pressione dai potenti sfruttatori di manodopera coatta e dalla sede centrale della chiesa cattolica, che in questi casi quasi mai e’ dalla parte dei deboli, revoco’ l’autonomia ed impose la chiusura delle reducciones. “Mission”, con Robert De Niro e Jeremy Irons, e’ un bel film che parla proprio di questo.

Oggi quel che resta delle missioni sono alcuni ruderi sparsi qua e la’ tra Paraguay, Bolivia ed Argentina. Per chi e’ nato in Italia ed è cresciuto respirando storia, potrebbero sembrare poca cosa, ma da queste parti sono piuttosto orgogliosi di questa eredità, e per il valore storico meritano una visita. Rappresentano un po’ una metafora del crollo di un’idea, e della negazione di un ideale di fronte alla ragion di stato. E poi una volta tanto, visitare un posto senza l’ombra di un turista, rende l’esperienza gratificante, quasi una scoperta. Il caldo continua a martellarci, ma la bella campagna circostante e la solita gentilezza dei locali, che ci salvano dalla canicola con le loro incessanti offerte di terere’, fanno si che questo paese non resti per noi solo un punto di passaggio, ma un bellissimo ed intenso ricordo, da approfondire. Ecco, magari con un clima un attimino più fresco….

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Acqua che cade

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Giorno 467.

C’è un non so che di affascinante nel misterioso legame che unisce l’incanto di ogni uomo davanti alla bellezza della natura. Che sia un angolo di deserto infuocato, la luna piena che si riflette sulla superficie increspata dell’acqua, un circolo di vette imbiancato di neve, ci sentiamo tutti indistintamente piccoli e felici, mentre ipnotizzati rimaniamo fissi a guardare la forza creatrice e distruttrice del mondo che ci circonda.

Li sbircio di sottecchi, uomini abbronzati in canottiera, donne in infradito che succhiano mate, bambini per mano, gringos vestiti da safari, coreani col parasole, tutti, ma proprio tutti, con la stessa rapita espressione di infantile stupore negli occhi. Un coro di “Ohhhh” che riecheggia tra i vapori, insaziabile di vedere altra acqua che cade. Perché alla fine e’ solo questo…maestosa, imponente, spaventosa acqua, che cade.

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Milioni di litri in caduta libera. Acqua che piomba su altra acqua, mentre un muro di vapore sale agli occhi e il rumore del tuono attutisce tutto, come una coperta. Viste dall’alto devono sembrare una spumeggiante ed enorme crepa bianca che spacca il fiume in diagonale, con un fronte di caduta lungo quasi tre chilometri. Sono le cataratte di Iguazu’, una scultura basaltica alta ottanta metri da cui si genera una sorprendente sequenza di 275 cascate, la fontana più alta del pianeta.

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Per due giorni gironzoliamo completamente marci nella pioggerella fine che bagna al contrario, dal basso verso l’alto. Sotto un cielo a pecorelle ci gustiamo lo spettacolo delle cascate come esibito da entrambi i lati del fiume. Quello brasiliano offre un panorama completo delle cascate che si susseguono a perdita d’occhio tra isole di roccia e foresta verdeggiante. Cerchiamo invano di farci fare una foto ricordo di questa giornata di sole umido e cocente, ma tutti quelli che coinvolgiamo nell’impresa non possono fare a meno ti tagliarci qualche parte del corpo. Oppure tagliare fuori direttamente le cascate.

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Guardo con invidia i turistoni scorrazzati sul fondo dell’abisso da motoscafi super potenti, che si docciano nel vapore delle cascate come sulla giostra dei tronchi. Tutti con indosso un poncho trasparente e le braccia alzate in coro. Siamo poveri in Brasile e non ce lo possiamo permettere. Fede, che tiene i conti, mi rimbrotta severo come una madre alla cassa del supermercato con il figlio capriccioso che pretende caramelle. “Se proprio ci tieni, vacci a nuoto.” Per ora mi riservo di pensarci.

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Poi dal lato argentino vengo accontentata. Una passerella chilometrica che segue il precipizio mi prende per mano e mi accompagna nel cuore della scena. La Garganta del Diablo e’ un vortice spaventoso che suscita una sensazione contrastante di attrazione e paura. Ascolto il battito tonante dell’acqua vicina che si schianta su se stessa. Intorno il fiume fangoso che scorre impetuoso ed inarrestabile. Immagino di cadere mentre vedo una farfalla lottare invano contro la forza dell’acqua e sparire tra i vapori. Mi piacerebbe stringere questo momento e farlo entrare tutto in una foto.

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Quasi non ci accorgiamo del casino di dimensioni cosmiche di gente che sciama a destra e a manca nel gigantesco Gardaland costruito intorno alle cascate. Souvenir, percorsi guidati nella giunga, biciclettate, aree picnic, procioni golosi a caccia di briciole, c’è persino il trenino elettrico che spinge centoventi turisti alla volta verso la vorticosa gola del diavolo e poi farfalle, farfalle dappertutto. Alle sei esce Prezzemolo, si tuffa a volo d’angelo e saluta i visitatori, ma per quell’ora c’è ne siamo già andati.

Sulla via del ritorno conosciamo Stefano, sorridente italiano in viaggio verso un'”estancia” nel sud dell’Argentina. Davanti a una birra e un piatto di olive e formaggio, ci racconta che fa l’agricoltore in Toscana, specializzato nella produzione di zucche giganti. Detiene il record italiano per l’ortaggio più grande, una bestia arancione di 670 chili (www.lezucchedelgallonero.it).

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Chiudiamo il cerchio delle Triplice Frontiera con un salto in Paraguay. Non avendo un terzo lato del fiume per richiamare turisti avidi di cascate, i poveri paraguaiani si sono arrangiati come potevano, costruendo sul confine una città di traffici, più o meno leciti, ufficialmente battezzata come zona franca: Ciudad del Este. Quattro vie di grattacieli e bancarelle che si incrociano come un enorme centro commerciale a cielo aperto, però tutto un po’ vecchio e sgangherato. Per un momento ci sembra quasi di tornare indietro, in Asia, ma con un’aria di frontiera e contrabbando che ci fa tenere gli occhi aperti. Alcuni trafficoni in pianta stabile agli angoli delle strade si avvicinano al nostro passaggio proponendoci telefonini, macchine fotografiche, droghe assortite. Qualunque cosa “amigo”, basta chiedere. Noi cerchiamo tenda e saccapelo per il nostro futuro da escursionisti patagonici, ma evidentemente non è il genere di merce in voga in città.

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Paraty

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Giorno 462.

Con il cielo grigio e le nuvole basse, e’ un Brasile in bianco e nero. Le case coloniali della cittadina di Paraty, qualche ora a sud di Rio, si affacciano su stradine di ciottoli, mentre il tempo e qualche erbaccia hanno steso un velo umido sul loro antico splendore. L’esuberante energia di Rio ci sembra già lontana, il ritmo qui e’ tranquillo, tropicale, languido. E’ il Brasile che ti aspetti, quello delle palme e delle piantagioni, decadente, appiccicoso, che sembra quasi sfaldarsi a poco a poco sotto il tuo sguardo. Alcuni bambini di etnia guarani’ agghindati in abiti tradizionali, raccolgono lumachini tra i ciottoli, mentre dietro l’angolo le madri cercano di vendere qualche pezzo di artigianato locale ai pochi turisti che popolano il centro.

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Lentamente anche i parassiti intestinali, ultimo fantastico regalo dell’India, sembrano mollare la presa, per cui possiamo dedicarci al vagabondaggio lungo la costa verde, che si estende per duecento chilometri a sud di Rio. Le spiagge sono selvagge, battute da onde adatte al surf. A Trinidad raggiungiamo una piscina naturale, circondata da rocce granitiche che sembrano balene. Purtroppo non possiamo godercela più di tanto, perché il tempo fa schifo. Oppressi dalla cappa grigia, osserviamo i pochi surfisti cimentarsi nelle proprie cavalcate, seduti sulla spiaggia bagnata, come i cani d’inverno.

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Ci riscopriamo viaggiatori poveri. Il Brasile e’ un paese piuttosto caro, e in pochi giorni siamo passati dal poterci permettere tutto al dover contare i centesimi. In Asia infatti, i prezzi bassi ci consentivano camere doppie e tre pasti al giorno al ristorante. In Brasile questo si e’ trasformato in letti in camerata con bagno in comune ed un ritorno ai fornelli. Ci sbizzarriamo però cucinando pesce fresco e qualche piatto di pasta che scopriamo esserci mancato negli ultimi mesi. Condividendo la cucina con altri viaggiatori, scopriamo curiosi e non sempre ortodossi modi di preparare il cibo. Spesso ci troviamo a guardare inorriditi piatti di spaghetti terribilmente scotti, affogati in salse che il mio cane farebbe fatica ad ingurgitare. Di contro, notiamo una certa invidia negli sguardi dei nostri compagni di ostello, quando sforniamo manicaretti, che a noi sembrano normali, ma che per ragazzini del nord Europa, abituati a mangiare pastoni per maiali nelle loro stanze di studenti fuori sede, devono sembrare una ragione sufficiente per trasferirsi seduta stante nel nostro paese. Se non altro per un anno di Erasmus. La cucina italiana e’ famosa nel mondo, ma decisamente non è alla portata di tutti…

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