Archivio mensile:novembre 2012

Capodanno in salsa Miao – Parte 2

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Giorno 87.

Il villaggio della nostra famiglia adottiva e’ disperso da qualche parte nelle montagne boscose intorno a Leishan. Qualche casa in tutto, per la maggior parte in legno vecchio, reso scuro ed umido dal tempo. C’è un gran fermento in giro, si sente l’elettricità nell’aria, quella prima delle feste. Le famiglie si preparano per le mangiate pantagrueliche e con cura predispongono fuori casa un arsenale di fuochi d’artificio, minacciosi e ben allineati. Nei cortili le donne si lavano i capelli nelle bacinelle, altre preparano focacce di colla di riso, battendole con un pesante martello di legno, quando la cucina diventa fatica. Sono tutti intenti a pelare, a spennare, mentre il buonumore dilaga. I parenti di Ley hanno comprato tre maiali per l’occasione e domani sara’ il gran giorno della macellazione, rigorosamente fatta in casa. Nonostante l’invito a fermarci, saremo già lontani, per mia fortuna.

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La casa e’ lontana dalla strada, un sentiero di cemento battuto scende in mezzo alle terrazze di riso per alcune decine di metri. Il marito di Ley sta costruendo una nuova abitazione per i genitori, proprio accanto a quella vecchia che cade letteralmente a pezzi e che a lavori ultimati verrà misericordiosamente abbattuta. I genitori sono contadini di una volta, producono da soli quasi tutto ciò che consumano, dal riso al tabacco, dalla legna da ardere al peperoncino, e sono decisamente orgogliosi del figlio, si vede: con immensi sacrifici devono averlo fatto studiare ed oggi è un architetto con una buona posizione ed una moglie Han. Il padre e’ un uomo di mezz’età dal sorriso ampio e la giacca rattoppata, che siede a disagio sul divano nuovo, ancora fresco di celofan, forse il primo della sua vita. La madre e’ minuscola, indossa una casacca turchese di velluto ricamato a mano e copre l’elaborata acconciatura tradizionale con un asciugamano da bidè, credo per non sporcarsi i capelli in cucina. Se lo sfila raramente e solo per farsi fotografare. Pranziamo nella vecchia casa, su minuscole panchette di legno, in una stanzetta buia ed annerita dal fumo, l’unica con il riscaldamento centralizzato, costituito da una grossa stufa a legna posta al centro che usiamo anche come tavolo. Zuppa di anatra, pollo con verdure e riso bianco, appesi alla pareti intorno a noi penzolano peperoncini e patate dolci. Il pranzo e’ gustoso anche se la carne e’ molto grassa, ma a loro sembra piacere così soprattutto la pelle che io invece trovo durissima e quasi immasticabile. Continuo a sorridere e ad inghiottire i bocconi interi.

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Hau Hau ha due anni, non parla e barcolla quando cammina, ma usa l’iPhone e ama la “danza”. Cerca sul cellulare di sua madre Ley un videoclip di musica tecno-cino, decisamente tamarra, e si diverte ad imitare i ballerini, mentre sgambettano sullo schermo in improbabili completini verde fosforescente e giallo limone. Alza il volume a stecca, saltella qua e la ad un ritmo incessante e psichedelico, batte le mani e si butta per terra quando anche i suoi beniamini lo fanno. Va avanti così per ore, copiando le mossette come un artista consumato, sempre e solo la stessa canzone che spacca i timpani (e le balle) a tutti quanti, familiari compresi. Poi, alla duecentesima volta che la scena si ripete, quando il cellulare ormai e’ scarico ed è pure ora di finirla perché il pranzo e’ servito, lui piange disperato. I nonni hanno appena preso un cucciolo di cane spelacchiato e puzzolente, e lui per consolarsi si mette a strapazzarlo senza pietà, come un uovo al tegamino. Lo seguo con lo sguardo, preoccupata perché credo che lo farà cadere nella stufa e ci toccherà mangiarlo a cena. Questo bambino e’ un toro. Un’ora prima, mentre suo zio lo sorvegliava, e’ caduto dal sentiero di cemento dietro casa e si è scorticato mezza faccia, ma non ha quasi versato una lacrima. Suo nonno, intento a spennare l’oca, e’ accorso fulmineo e con mano sapiente ha coperto la ferita con foglie di tabacco fresche, appena tritate. Incredibilmente ha smesso subito di sanguinare.

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Dopo pranzo vado a fare due passi dietro casa, dove trovo Hau Hau tutto solo nel luogo in cui poco prima si è spaccato la faccia, mentre grida ed indica agitato verso la cima del sentiero. Apprensiva, lo stringo per mano e lo accompagno su per la salita, per capire cosa sta cercando. Troviamo il suo cucciolo pancia all’aria, tra le zampe di un altro cane adulto e ringhiante. Hau Hau si dibatte dalla mia stretta, vuole salvare il suo amico! Cazzarola non so che fare: mentre cerco di afferrare il cagnetto, senza lasciare la mano del bambino per evitare che si butti di nuovo giù dalla scarpata e senza farmi mordere dall’altro cane, Hau Hau parte all’attacco vorticando calci e pugni al cattivone e riuscendo a fargli mollare la presa. Giustizia e’ stata fatta, sollevata e sbigottita della grinta dimostrata dal mio nuovo piccolo amico, trascino via entrambi prima che sopraggiunga qualcos’altro a guastarci il lieto fine. Hau Hau dal canto suo pare molto soddisfatto.

La nostra famiglia passa il pomeriggio a spadellare, affannata nei preparativi del grande party notturno. Tutti cucinano uomini compresi, mentre le donne a turno si preparano indossando gli abiti tradizionali di ciniglia blu e si acconciano le chiome in enormi pomodori, puntati sul capo con sgargianti fiori di plastica e pettinini d’argento. In realtà si aiutano con capelli finti, lunghe code di cavallo che incrementano i volumi, come una specie di push up. Noi ci leviamo di torno per lasciarli lavorare, seguiamo il padre di Ley nei boschi, alla ricerca di fantomatiche ghiande, un po’ nocciole un po’ castagne, che non riusciremo mai a trovare. Il vecchio sembra quasi intimorito dalla nostra presenza, dall’impossibilità di comunicare con noi, e quando gli spieghiamo a gesti che intendiamo tornare al villaggio, mi pare quasi sollevato. L’aria e’ satura di umidità, la nebbia inizia a salire dal fondovalle e fa sembrare la vegetazione ancora più folta, camminiamo su tappeti di foglie morte e ghiande cadute. Attraversiamo il villaggio e le risaie, passiamo accanto a una famiglia che sta macellano un capretto, cammino ad occhi bassi, non voglio vedere l’agonia della bestiola, mi basta il suo belato.

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Tradizionalmente la festa propiziatoria del nuovo anno coinvolgeva l’intero villaggio. Oggi ogni famiglia fa per conto suo, ma tutte con le stesse regole. Tre cose devono abbondare come buon auspicio per l’anno a venire: i fuochi d’artificio, il cibo e gli invitati. Al nostro party arrivano almeno cinquanta persone dalla città, tutti coi SUV, tutti troppo eleganti per finire stipati nel futuro salotto dell’edificio ancora in costruzione, coi divanetti di vimini appena usciti dal celofan. Le donne affondano nel fango sul loro tacco dodici e quando chiedono dov’è il bagno le immagino scarpinare nel buoi, in mezzo alle risaie ed alla merda di gallina, fino alla latrina. I petardi scoppiano senza sosta, nel nostro cortile, nei cortili delle altre case del villaggio, nei cortili di tutte le case di tutti i villaggi della valle. I fuochi di artificio brillano enormi sopra di noi, illuminando la campagna, a dimostrazione del fatto che questi cinesi con il kit del piccolo piromane sanno quello che fanno. Per oltre un’ora, sembra una gara o una guerra. I maiali impazziti, nell’ora dell’ultima cena, cercano di fuggire dalla porcilaia, senza risultati.

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Passiamo la serata tra giocatori incalliti di mahjong e vino bianco distillato in casa che la vecchia madre fa tracannare a tutti i convitati dalla stessa tazza sbeccata, mentre intona canti antichi. Nemmeno ora ha tolto il suo asciugamanino. Il cucciolo, terrorizzato dai boati, e’ stato rinchiuso in una gabbia, mentre Hau Hau spadroneggia tra gli ospiti. Fede seduto accanto al padre non riesce più a sganciarsi, il vecchio continua a farlo bere e brindare, mentre lui sfoggia un sorriso forzato, gridando “campai”. Lo vedo fingere quando può, ma l’uomo gli rabbocca in continuazione il bicchiere, temo per la sua incolumità. Poi la musica si spegne, gli amici se ne vanno, troviamo un passaggio per la città. Il padre ci accompagna fino alla strada, non vuole lasciarci andar via. Non la finisce più di abbracciarci, di salutarci, di ringraziarci, di cosa poi quando siamo noi ad essere commossi da tanta ospitalità. Aspetta con noi finché il mega SUV non viene a caricarci. Mentre saliamo in macchina il vecchio è ancora li, al buio, con la sua giacca scucita, alla cima del sentiero che ci saluta con la mano. Sta piangendo.

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Capodanno in salsa Miao – Parte 1

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Giorno 86.

Nonostante uno stato di forma precario, usciamo dall’albergo di buon mattino per un’allegra escursione di giornata. Il nostro piano e’ raggiungere Leishan, un villaggio a pochi chilometri da Kaili, per assistere ai grandi festeggiamenti in occasione del Capodanno Miao. Con nostra immensa gioia, cade proprio in questi giorni e, solo per quest’anno, assieme ad un’altra ricorrenza importante, che non abbiamo capito bene cos’è, sappiamo solo che si festeggia ogni tredici anni. Siamo in una zona di minoranze etniche, soprattutto Miao e Dong, e una delle “cose da fare” da queste parti e’ vagabondare tra remoti villaggi per incontrare da vicino una cultura che sta scomparendo. Essere qui in occasione del Capodanno e’ un colpo di fortuna, un po’ meno per il tempo, freddo e nuvoloso già da qualche giorno. Scopriamo il significato del termine metereologico inglese “drizzle”.

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Mentre ci barcameniamo come al solito per trovare il bus giusto, interrogando chiunque ci capiti a tiro, urlando il nome “Leishan” con fare interrogativo, veniamo aiutati da Ley, una ragazza con tacco dodici e piumino bianco, che parla un ottimo inglese. È di origine Han e non è di queste parti, ma ha sposato un ragazzo Miao. Viaggia con suo padre, appena arrivato da Chongqing, per unirsi alla famiglia del marito in occasione dei festeggiamenti. Pare che la festa sia una cosa seria da queste parti, con decine di ospiti tra amici e parenti, in onore al motto “piu’ si e’, piu’ fortuna si avrà durante l’anno venturo..” Probabilmente le siamo simpatici, perché ci invita a casa sua, ospiti a cena e per la notte. Pare che sfoggiare al party due invitati stranieri sarà per loro di buon auspicio. Siamo un po’ indecisi, sono ancora raffreddato marcio e sicuramente nel villaggio non ci sono tutti i confort che vorrei, soprattutto in termini di riscaldamento, ma decidiamo di accettare, in fondo quando ci ricapita… Prendiamo appuntamento per le cinque, così, mentre Li e suo padre fanno compere, abbiamo la possibilità di assistere alla parata, dove gruppi di uomini e donne dei vari villaggi sfilano per le vie della cittadina in abiti tradizionali.

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La manifestazione e’ organizzata tipo Palio o Sagre: una sfilata in costume che va a terminare in una specie di anfiteatro, con gradinate di legno stracolme di gente che spintona per salire e prendere posto, cui segue l’esibizione vera e propria da parte dei figuranti che intrattengono il pubblico con canti e danze. All’interno dello stadio si accede solo con regolare biglietto, che naturalmente noi non possediamo..non esiste una biglietteria e nessuno e’ in grado di dirci dove procurarcelo. Proviamo a fare un po’ di pressione all’ingresso, sperando di impietosire le guardie grazie alle nostre facce da laowai ma, a quanto sembra, i soldati dell’Esercito di Liberazione Popolare sono incorruttibili. Decidiamo quindi di fermarci a guardare l’arrivo del corteo lungo la strada, e poi vedere il da farsi. Mentre aspettiamo, il solito gruppo di cinesi inizia a scattarci duemila foto, costringendoci a pose tipo Brad Pitt e Angelina Jolie, in abiti da trekking, al Festival di Cannes…la bellezza, e la mia barba, hanno un prezzo. Hanno anche dei vantaggi, dato che i nostri nuovi amici, per sdebitarsi del servizio fotografico gratuito, ci procurano due biglietti per lo spettacolo. Arriva finalmente la sfilata in un’esplosione di colori, mentre milioni di campanellini tintinnano nel freddo cielo grigio-inverno. Donne cornute incedono nei loro abiti colorati, sotto pesanti corone intarsiate, uomini in turbante suonano tamburi e lunghi flauti ricavati in canne di bambù, mentre i bambini danzando a ritmo in mezzo alla colonna.

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Quando proviamo ad entrare per goderci lo spettacolo dai nostri preziosi posti in prima fila, arriva a sorpresa, il “china moment” del giorno: lo stadio e’ già pieno, sono stati fatti passare anche i “portoghesi” senza biglietto, e adesso la polizia non lascia più entrare nemmeno la luna, con o senza ticket. Aspettiamo un po’ all’ingresso, tra altre decine di cinesi muniti di regolare lasciapassare, incazzati come iene. Quando abbiamo quasi perso la speranza, le guardie decidono di mandare a quel paese le misure di sicurezza ed esaudire le nostre preghiere. Entriamo, e ci guardiamo lo show da sopra le teste dei nostri vicini, per fortuna i Miao non sono degli spilungoni…

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Si fanno le cinque e ci troviamo puntuali con Ley, che nel frattempo ha comprato due divani, un televisore al plasma, dieci scatole di fuochi d’artificio Made in China, quindi pericolosissimi, un fiume di casse di birra, due tavoli professionali per giocare a Mahjong. Insomma, tutto il necessario per un party in grande stile. Ma si e’ fatto tardi e i nostri amici decidono di fermarsi a dormire in paese. Ci sistemano per la notte nell’albergo di un amico, o almeno così dicono, per cui non si paga la camera, no problem. Alle nove del giorno dopo ci passeranno a prendere per andare al villaggio, puntuali che c’è da festeggiare, e non si può più perdere tempo…

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Magazzini generali

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Giorno 82.

Dopo oltre due mesi di viaggio, ritengo che l’esperienza di un grande supermercato cinese meriti un momento di riflessione. Dimmi quello che mangi e ti dirò chi sei.

Si accede di solito dal reparto abbigliamento che ti accoglie con quel vago odor di petrolio tipico dell’emporio alla cinese. Tra pelliccette sintetiche, giacche in pelle di plastica e vestaglie di pile che farebbero impallidire il Primark, spicca l’arancione delle scarpe.. trampoli zeppati, in un tripudio di fiocchi e piume di struzzo. I commessi sono in numero dieci volte superiore al necessario, quasi sempre disoccupati, stazionano in gruppetti o giocano al telefonino, ma quando ci vedono entrare, uno si stacca e inizia a seguirci tra le file, cercando di convincerci a comprare, in cinese, un inutile copritazza da cesso in spugna colorata o un massaggiapiedi elettrico. Adesso “meio” lo diciamo noi.

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Il reparto ortofrutticolo e’ uno spettacolo, tutto e’ fresco, ordinato per gradazione cromatica e molto saporito, a dimostrazione che nel transgenico il gusto ci guadagna (?). I prezzi esposti sono al mezzo chilo e vi assicuro che c’e’ voluto un mese per capirlo. Accanto alla verdura si trovano di solito banconi di spezie profumate che si susseguono in piccole colline colorate. Sono una delizia per gli occhi e per l’olfatto, ma non solo, poco oltre si trovano ripiani di frutta secca, uvette, albicocche, cachi e kiwi, e poi funghi disidratati e semi di ogni tipo, noci, fave e mandorle, il tutto a self service, assaggia prima se ti va, imbusta e compra. I cinesi hanno una passione malsana per questo genere di cose, ruminano a ciclo continuo lasciandosi dietro una scia di gusci vuoti. I semi di girasole sono i prediletti da grandi e piccini che se ne nutrono con un’abilita’ acquisita da secoli di sgranocchiamento, tanto che ormai e’ entrata a far parte del corredo genetico collettivo. Il segreto sta nel morso, c’e’ voluto un po’ per impararlo, e pure una sessione di ripetizioni private da Benito, avvezzo a questo genere di cose, dato che anche in Spagna rosicchiano come scoiattoli: afferri il seme tra indice e pollice, tenendolo di taglio, lo infili in mezzo ai denti davanti e dai due colpi secchi uno in punta ed uno in fondo, a questo punto con le dita ti spari il seme in gola, il tutto con una sola mano, da vero professionista.

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Il latte difficilmente e’ solo latte, nella maggior parte dei casi ha un gusto, di solito alla frutta: pesca, prugne o fagiolini rossi, che qui sostituiscono il cioccolato come ripieno favorito anche nelle brioche e nei biscotti. Le marmellate sono gelatine trasparenti in cancerogeni color pastello. Niente polpa, niente semi, niente frutta dentro. Lo stesso vale per i succhi di frutta, al massimo al trenta percento di densità, sono più che altro bibite acquose e zuccherine dalle diverse gradazioni coloranti. Il the ha un reparto a se’ stante con commessa specializzata per la degustazione e la consulenza. Confezionato o sfuso, in foglie o in fiori, a gemme o con l’aggiunta di piccoli frutti che sembrano pomodorini ma sono in realtà prugne, il the e’ la tradizione cinese per eccellenza. Suggestivo souvenir e’ quello compresso in dischi neri della dimensione di un cd con cordicella rossa per appenderlo alla finestra, se vuoi. Il cinese medio beve solo quello, se ne va in giro borraccia al collo come un San Bernardo, tanto ovunque sono disponibili distributori per la ricarica gratuita dell’inseparabile amico termos. Sui treni o sui bus, negli alberghi e nei negozi, nessuno ti nega un po’ d’acqua calda. Ogni tanto si trova pure il grande gioco di società del the, un vassoio in legno intarsiato con tazze, tazzine e teiere come pedine, a forma di scacchi e di animali che puoi comprare anche sfuse ed aggiungerle alla tua collezione personale.

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In Cina si beve acqua calda, e si mangiano (anche) spaghetti freddi. Il reparto gastronomia e’ un tripudio di grilletti traboccanti cibi freddi già pronti. Tofu, carne in salsa o laccata, verdurine sottaceto, i famosi pickled, e noodels di ogni genere e misura rigorosamente freddi e piccantissimi. I prosciutti come i nostri non esistono, sostituiti da cosce di maiale dolciastre e poco stagionate. Il pesce lo prendono direttamente dalle vasche e te lo puliscono ancora vivo ed inquinato. E poi c’è il mondo del secco: anatre disossate e disidratate, pesce secco masticabile, gamberetti aridi da brodo, tanto piccoli da sembrare chicchi di riso. I würstel dolci vanno alla grande, se ne trovano di tutte le misure, da fare grigliati o per insaporire la minestra, come da noi anche qui sono una vera bomba chimica perché dentro c’è di tutto, tranne che quello che ti aspetti, ma non c’è bambino che non se ne mangi almeno uno all’uscita da scuola.

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Non esiste il reparto barattoli, le latte di pelati e di piselli per intenderci, mentre va di moda il sottovuoto come sistema di conservazione dei cibi. Tutto e’ imbustato in pacchetti tipo patatine con finestrella trasparente per vederne il contenuto. Bustine di zampe di gallina a gravità zero, con unghie curate e manicure appena fatta, lingue d’anatra pressurizzate, seppie caramellate a strisce di bassa pressione e dio solo sa cos’altro. I cibi pronti e liofilizzati sono la nuova frontiera del consumatore. L’olio lo vendono a taniche, ovviamente di semi ed esiste uno scaffale infinito di salse scure e oscure che si susseguono a migliaia. Dalla soia, alla salsa di pesce, dall’aceto a quella aromatizzata alle ostriche, salsa piccante e salsa agrodolce, in un tripudio di sapori. Attenzione perché in questa zona, mimetizzato con il sale si trova anche il terribile glutammato monosodico, un esaltatore di gusto dall’apparenza innocua, ma che alla lunga e’ davvero tossico per l’organismo, tutti lo sanno e tutti continuano ad usarlo…

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Il colore e’ ovunque, all’inizio mi destabilizzava ma ora ci ho fatto l’occhio. Il marketing in Cina tende a stordire il consumatore con tinte fluo che abbagliano la vista. Da noi invece, l’acquirente dal palato fino vaga tra gli scaffali ossessionato, alla ricerca di cibi naturali e genuini, dirigendo la sua scelta verso confezioni dai colorini pallidi ed innocui, che tendono a riprodurre il contenuto del prodotto: pacchi di biscotti color grano, zuppe pronte in tetrapack verde cremoso, latte e derivati dalle candide confezioni bianche. Qui funziona tutto al rovescio, il mio latte e’ più buono del tuo, diossina a parte, allora lo sparo nel rosa shocking o nel rosso fuoco, le mie zuppe istantanee sono più saporite, per capirlo il compratore deve solo seguire la scia arcobaleno lungo lo scaffale, dall’indaco al blu cobalto. I biscotti sono verdi, rossi e blu, senza distinzione tra dolce e salato, quelli con pepite al cioccolato di solito stanno accanto al gusto cipolle, formaggio e peperoncino, tutti insieme appassionatamente.

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Il reparto cosmetica e’ uno dei miei preferiti, perché è davvero molto fornito e profuma di buono. Purtroppo quando ci arriviamo Fede si annoia, tra quelle migliaia di boccette e lozioni, ed inizia a tirarmi per il braccio. Le ragazze cinesi invece passano ore tra campioncini prova e commesse che le intortano allo specchio su chi è la più bella del reame. Ci tengono un casino al loro aspetto fisico, intasano i bagni degli ostelli con beauty case che fanno impallidire il povero Avidano, mentre io muoio dall’invidia. Con enorme cura e pazienza maniacale, si ungono con ogni sorta di siero alla ricerca dell’eterna giovinezza, e con ottimi risultati, visto che hanno capelli splendidi e lucenti e dimostrano tutte dieci anni di meno…però non si depilano.

Differenze culturali e abitudini alimentari a parte, il popolo cinese ha un vero culto per il cibo. E la sua cucina e’ davvero ottima. Ogni dieci metri si trova un ristorante specializzato che propone un piatto tipico, quasi sempre fresco e cucinato sul momento. La gente mangia ad ogni ora del giorno e della notte e sempre fuori casa, perché i prezzi sono ottimi e i profumi a volte irresistibili. Al supermercato invece vincono lo scatologico ed un look quantomeno naïf…

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La cura

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Giorno79.

Durante il viaggio in treno, il controllore cerca di venderci un tiralatte di plastica. Sarà un presagio?

Kunming ci accoglie con un sole fantastico ed un clima eccezionale: secco e ventilato, temperatura sui 22 gradi di giorno e 10 di notte…se la chiamano la città’ “dell’eterna primavera”, ci sarà pure un motivo. Dopo la pioggia, la nebbia e l’umidità delle risaie, godiamo come ricci e siamo di ottimo umore. Troviamo alloggio in un affollato ostello del centro, un crocevia per viaggiatori occidentali e cinesi, uniti alla gioventù del posto che lo frequenta per una partita a biliardo e un po’ di buona musica. Una coppia di menestrelli colombiani improvvisa anche qualche jam sessions, accompagnati alla chitarra da un indonesiano piuttosto stonato…insomma, un bell’ambiente, per cui decidiamo di fermarci quattro giorni, anche se non c’è nulla di specifico da fare o visitare, in attesa del visto per il Vietnam, che qui ha un consolato.

La città in se’, al di la’ del clima, e’ molto piacevole, sicuramente quella in cui potremmo più facilmente vivere. Palazzi moderni ma costruiti con gusto, tanto verde, tanti giovani e soprattutto un moltitudine di ragazze in stivali e minigonna estrema, che non guasta mai. Si mangia da dio e a poco prezzo…ci siamo capiti. Ah, e dalle cinque alle sette in ostello c’è l’happy hour, birra media a cinquanta centesimi! E per farci sentire ancora di più a casa, il simbolo cittadino e’ un toro di bronzo che campeggia rampante e mascolino davanti alla stazione. Proporremo un gemellaggio con Torino.

Questo idillio e’ rovinato dal mio furioso male alla spalla, già presentatosi durante il viaggio verso le risaie. Avendo io un problema cronico da circa vent’anni, tendo a sottovalutarlo, ma quando durante la prima notte a Yuanyang non riesco a prendere sonno, inizio a preoccuparmi. Al mattino, chiacchierando con Antonio, l’ex pompiere spagnolo, viene fuori che si sta specializzando in massaggi orientali, del tipo Thai e cinesi, per cui mi faccio dare un’occhiata. Ora, i massaggi orientali non sono delicatissimi, e dopo un paio di sedute in cui vengo massacrato, provo un discreto giovamento, ma il problema persiste. Quindi all’arrivo a Kunming, sono ancora posseduto dal maligno.

La soluzione ci si materializza davanti agli occhi sotto forma del piccolo studio di un vecchio medico cinese. Inizialmente penso a un po’ di riflessologia plantare, ma quando entriamo il tipo inizia subito a toccarmi la spalla ed il braccio, facendoli intuire a gesti che sa esattamente cos’ho, e che lui possiede la cura. È uno dei momenti tic-tac, in cui devi decidere in un secondo se fidarti o meno. Vedo sulla parete un attestato con una foto di lui cinquant’anni fa, e mi fido.

Inizia ad ungermi con oli essenziali, alcuni dei quali ustionanti. Il tutto mentre si fuma beatamente una pipa ad acqua. Poi tira fuori il marchingegno che sembra un tiralatte, quello del controllore, e qui mi chiedo se abbia intenzione di mungermi. Ma si svela l’arcano e si materializza il presagio: non è un tiralatte ma un siringone che serve a creare il sottovuoto in bolle di plastica che mi applica sulla pelle, risucchiandomela. Quando ha finito mi sento meglio, ma il dottore mi dice di ripassare dopo due giorni, che con me non ha ancora finito. Durante la seconda seduta si ripete la stessa scena. Dovrebbe rivedermi ancora dopo due giorni, ma noi abbiamo già i biglietti per il treno, per cui mi convoca per l’indomani. Non può ripetere la coppettazione, sarebbe troppo ravvicinata, e la mia schiena e’ già piena di lividi come se avessi lottato corpo a corpo con una piovra gigante, per cui questa volta opta per l’agopuntura. Compriamo gli aghi, e dopo cinque minuti me ne ritrovo dieci piantati nel braccio, nella mano e nella spalla fino all’osso. Quindici minuti così, paghiamo e ringraziamo.

Mentre scrivo, sul treno per Kaili, mi sento bene.

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Una rotonda sul riso

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Giorno 74.

Usciamo di casa alle sei e mezza, quando il villaggio ancora dorme avvolto nel buio. Risaliamo il sentiero tra gli alberi che ci condurrà fino al punto panoramico abusivo, perché per l’ennesima volta non abbiamo pagato il biglietto. Dal mondo delle ombre un lieve chiarore inizia a sfuggire. Il cielo e’ nuvoloso e la nebbia ci rotola in faccia scivolando giù dalla montagna. Respiriamo acqua e un profumo di terra morbida e di erba fresca, appena tagliata. È un’alba fredda dal colore metallico. La luce lentamente scivola verso il basso, sotto di noi, fino a colpire le pozze d’acqua assopite, riempiendole di riflessi come i frammenti di uno specchio. Milioni di mezzelune lucenti, modellate nel fango da un gigante bambino che ha costruito gradini nel fianco della montagna.

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Le risaie di Yuanyang sono immerse in uno scenario che toglie il fiato, costruite dal popolo Hani durante gli ultimi mille anni. Bighelloniamo tutto il giorno di villaggio in villaggio attraverso le terrazze, insieme ai nostri nuovi amici: Benito, ex dipendente della versione spagnola della Pricewatherhouse Coopers, in viaggio verso la Nuova Zelanda, dove a giugno inizierà l’avventura di un anno di working holiday, Antonio, un folletto spagnolo ex pompiere dallo stile neo hippy, vive girando l’Asia da tre anni lavorando qua e la come massaggiatore, e la neo fidanzata Xiao Lei, simpatica cinese con le treccine, dai tratti decisamente sudamericani. Il buonumore ci accompagna mentre siamo alla ricerca del fantomatico mushroom village, che i ragazzi danesi partiti stamattina, in una settimana non sono riusciti a trovare. Seguiamo la mappa del tesoro indicataci dalla proprietaria della guesthouse, una bella signora di etnia Hani che indossa vecchie monete al posto dei bottoni, sulle tradizionali casacche blu.

Il maiale regna sovrano sulle risaie. Camminiamo leggeri attraverso le terrazze sui sottili sentieri di fango che separano le varie pozze, argini pericolanti per piccoli specchi d’acqua in perenne movimento, a cascata l’uno sull’altro. Ma la caduta del giovin signore e’ in agguato. Un argine cede sotto il dolce peso di Fede che, leggiadro come un bronzo di Riace, affonda con un piede fino al ginocchio nell’acqua fangosa, tra le risate generali. Per dimostrare di essere superiore al colpo subito, inizia sportivamente a correre e, giunto alla fine del sentiero, prende la discutibilissima decisione di saltare su quello sottostante, nel tentativo di dare una brillante prova atletica che dovrebbe cancellare l’onta subita. Inutile dire come va a finire, il terreno sprofonda nuovamente sotto di lui, facendolo piombare con il culo per terra e le gambe a mollo una seconda volta. Una maschera di fango. Due donne ridono, spettatrici lontane, chissà quanti turistoni vedono finire a bagno ogni anno…

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Poi d’improvviso ci ritroviamo nel villaggio dei Puffi, nell’incantata città dove le case di fango sembrano davvero funghi e c’è pure il mulino. I bambini ci sbirciano impauriti dalle finestre, ma noi gli strappiamo un sorriso a suon di biscotti e uvetta. Una vecchia mezza nuda convince Antonio a massaggiarle il braccio, dolorante dopo una caduta. Fede cerca di ripulirsi alla meglio in una fontana, mentre un gallo prende il sole sull’uscio di casa. La donna ha la spalla lussata e Antonio può far poco per lei, che si consola in fretta chiedendoci un po’ di soldi. Lo zaino di Benito intanto cade nel ruscello. Un uomo ed il suo bufalo stanno arando nel fango, mentre la moglie lo assiste col cestino del pranzo. Abbiamo appena letto “Vivere” di Yu Hua e quest’immagine quasi ci commuove. Un cactus solitario cresce tra la paglia, sopra il tetto di una casa.

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